Leggere una rivista di geopolitica come Limes, sentire in TV o su You Tube le analisi di Lucio Caracciolo o di Dario Fabbri sulla drammatica situazione dell’ Ucraina, è quanto mai utile per chiarire le idee spesso piuttosto approssimative rovesciateci addosso dalla TV e dai quotidiani, anche se personalmente in quei raffinati analisti sento molto la mancanza di un elemento “utopico” (nel senso del “realismo dell’utopia” di Balducci), di qualcosa che salvi la politica dall’appiattimento sulla logica della potenza politico-militare.
Un “bagno” di geopolitica è utile, ad esempio, a toglierci alcune beate illusioni nelle quali ci siamo cullati in questi lunghi anni di pace, dopo il terribile trentennio di guerre del primo Novecento. In primo luogo, l’illusione che la pace sia un dato naturale, qualcosa di scontato, mentre la storia avrebbe dovuto insegnarci che è un bene prezioso e fragile, che va costruito, curato e difeso contro i pericoli che continuamente la minacciano. La mancanza di attenzione a questo aspetto è stata pagata a caro prezzo dall’Europa nel secolo scorso: dopo la prima guerra mondiale, la pace di Versailles è stata una “pace dei vincitori” che ha posto i semi di una seconda e ancora più devastante guerra mondiale; dopo di questa, sembrava che le nazioni avessero voltato pagina, iniziando un’epoca di pace durevole, almeno in Europa, nonostante – o forse grazie a - la guerra fredda e l’equilibrio del terrore. Dopo il crollo del comunismo e la fine della guerra fredda, l’Occidente ha voluto stravincere, infierendo negli anni Novanta su un’ex URSS ormai allo sbando e ridotta alla fame e all’impotenza (si vedano in proposito le toccanti testimonianze raccolte dal premio Nobel Svetlana Aleksievic in Tempo di seconda mano, Bompiani 2015), quando la risposta giusta sarebbe forse stata un nuovo piano Marshall che comprendesse anche la Russia, coinvolgendola nel “concerto” delle potenze invece di trattarla da “paria”. Così si sono nuovamente sparsi i semi di guerra che recentemente sono germogliati e che non smetteranno tanto presto di farlo.
Conflitti di valori
Uno dei “chiodi fissi” dell’Occidente attuale è che l’umanità non faccia altro che sognare di diventare tutta Occidente; che non voglia solo imitare il nostro modello di sviluppo, i nostri livelli di consumo (e questo si può capire, anche se ci rendiamo sempre più conto dell’insostenibilità di tale modello), ma anche la nostra concezione dell’uomo, della società, della politica, sintetizzabili nella triade di mercato, capitalismo, democrazia liberale. Togliamoci pure l’illusione: i due terzi dell’umanità (Islam, Cina, India ecc., circa cinque miliardi di umani) a quanto pare non vogliono essere come noi, non si ritrovano nella nostra concezione dell’uomo e della società, insomma nella nostra visione del mondo, e di conseguenza nelle nostre forme sociali e politiche. Se qualcuno aveva dei dubbi, il clamoroso fallimento dell’”esportazione della democrazia” in Iraq e in Afghanistan dovrebbe averli dissolti. Certo, col tempo tutto può cambiare, ma sarebbe ingenuo pensare ad una semplice esportazione delle forme politiche e sociali della nostra civiltà, come se fosse un prodotto nostro che per sfondare sui mercati esteri deve solo trovare la giusta strategia di marketing.
Personalmente sono convinto della perdurante validità di molti dei valori portati avanti dall’Occidente, ma credo che lo scambio non possa essere a senso unico, e che noi stessi saremo modificati – è impossibile prevedere come – dal contatto sempre più stretto con le altre grandi aree di civiltà. Del resto, che le democrazie occidentali siano in crisi, che abbiano bisogno di essere in qualche modo “reinventate”, è davanti agli occhi di tutti: a dimostrarlo basterebbe l’incredibile scena dell’ assalto al Campidoglio di Washington da parte di una folla sediziosa e fanatizzata, oppure la crescente disaffezione per la politica nei paesi europei, che si esprime nel calo delle percentuali dei votanti, e che trova il proprio risvolto nell’ascesa dei populismi variamente orientati.
Mi limito ad una osservazione che può aiutare a capire l’attuale situazione della Russia, in particolare il fatto che il consenso per Putin cresca proprio nel corso di una guerra sciagurata che sta mietendo molte vittime non solo tra gli ucraini, ma anche tra i giovani soldati russi. Qualcosa che riguarda il rapporto del singolo cittadino con la propria comunità nazionale e con il potere che la rappresenta.
Alla base c’è per noi occidentali una visione che affonda le radici nell’eredità classica e cristiana, ma negli ultimi secoli principalmente nella filosofia politica di John Locke e degli altri pensatori del liberalismo. Cosa dice Locke? In sostanza, che ciascun uomo nasce portatore di alcuni diritti fondamentali (vita, libertà, proprietà) e che per tutelarli meglio si unisce con i suoi simili in un patto (un contratto sociale). In sostanza, prima viene l’individuo con i suoi diritti, poi viene lo Stato; e sono gli individui – certo, riuniti in corpi sociali intermedi - a giudicare se i governanti sono fedeli al loro mandato o se piuttosto lo tradiscono, agendo nel proprio interesse piuttosto che in quello pubblico. Nel qual caso c’è non solo il diritto, ma anzi il dovere di ribellarsi deponendo il governante infedele (e non si tratta di pure teorie: Locke si riferisce alla rivoluzione inglese di fine Seicento, ma un secolo dopo la stessa pretesa sarà avanzata dalla rivoluzione americana e da quella francese).
Hobbes ed Hegel invece pensano che non abbia senso parlare di diritti anteriormente alla costituzione dello Stato o fuori di essa; e in questo senso la maggior parte dell’umanità (a cominciare dai cinesi e dagli islamici ) è sicuramente dalla loro parte (ma lo siamo anche noi, quando affermiamo la prevalenza del bene pubblico nei confronti del bene privato, e critichiamo gli eccessi dell’individualismo liberale, che se spinti all’estremo portano alla legge del più forte). Il caso dei russi è certo diverso da quello dei cinesi e degli islamici, perchè storicamente la Russia è stata profondamente influenzata dalla cultura europea; ma, a quanto risulta da inchieste “indipendenti”, solo una minoranza dei russi aspira alla democrazia liberale di tipo occidentale, e in grande maggioranza preferisce delegare un potere pressoché assoluto a un soggetto monocratico, come per secoli è avvenuto con la zar, in seguito con il partito bolscevico, oggi con Putin. Quale valore si possa dare a tali inchieste in uno Stato fortemente autoritario, può essere oggetto di discussione. Ad ogni modo, l’attuale disastrosa situazione dovrebbe ricordare a tutti (non solo ai russi) che una delega di questo tipo a “un uomo solo al comando” comporta terribili rischi, che vengono se non annullati (perchè tutti ricordiamo il Vietnam, l’Iraq e l’Afghanistan, invasioni promosse dalla democrazia liberale americana) certo ridotti dai “controlli e contrappesi” delle nostre peraltro spesso inefficienti ed esasperanti democrazie.
L’Occidente visto dalla Russia
Un aspetto particolarmente interessante e insieme inquietante ci aiuta a entrare nella nuova “sfera dei valori” della Russia di Putin: il recupero, dopo l’ateismo ufficiale dell’URSS, non solo della religione (nella forma, prevalente ma non esclusiva, del cristianesimo ortodosso) ma anche dell’alleanza tra trono ed altare caratteristica della tradizione della Russia zarista, anzi ancor prima dell’impero bizantino. Secondo dichiarazioni dello stesso Putin, questo recupero serve essenzialmente a colmare il vuoto di valori determinatosi con il crollo dell’ideologia comunista (più esattamente, marxista-leninista).
A parte la derivazione bizantina dell’ortodossia russa, nel DNA della cultura russa c’è (pensiamo a Tolstoj, a Dostoevskij) l’insistenza su una “via russa” alla modernità, fortemente segnata da un’esigenza di spiritualità, quindi da una presa di distanza nei confronti dell’Occidente, e della cristianità occidentale sia cattolica che protestante. Non è raro che noi occidentali siamo trattati da esponenti contemporanei del pensiero russo (tra i tanti ricordiamo il padre Tichon Sevkunov, il “consigliere spirituale” di Putin olotre che scrittore di successo) come adoratori del vitello d’oro, edonisti e materialisti, rammolliti e decadenti incapaci di sacrifici. Noi magari preferiremmo parlare in termini meno drastici, ma certo non possiamo negare gli inconvenienti che la “società liquida” e il suo individualismo egoistico portano con sé. La disponibilità a soffrire per il “bene della patria” è invece una costante culturale presente al tempo dello zar come nella Russia sovietica, come ancora nei nostri anni di ritrovato nazionalismo russo. Ancor oggi per il russo medio (non certo per gli oligarchi, però ridimensionati e tenuti a freno da Putin) è probabilmente più importante sentirsi parte di un grande Paese che non avere la macchina sportiva o la vasca per idromassaggi. Oggi, con Putin, la rivoluzione d’Ottobre è rifiutata (diversamente da Gorbaciov che con la sua perestrojca non voleva gettare via il buono dell’esperienza sovietica), insieme all’ideologia comunista nella versione di Lenin; ma nonostante gli errori ed orrori dell’esperienza sovietica, se ne riconosce la grandezza, l’aver fatto dell’URSS una della grandi potenze; e paradossalmente ma coerentemente si rivaluta la figura di Stalin. Secondo un’inchiesta, quasi metà dei russi ritiene che senza repressioni Stalin non avrebbe potuto tenere assieme l’URSS, la Russia ha sempre bisogno dell’uomo forte (meglio la violenza del governo che l’anarchia e la legge della giungla come al tempo degli oligarchi).
Il nazionalismo russo non rifiuta le religioni diverse dalla ortodossa, in particolare l’islam e il buddhismo, religioni da sempre presenti nei territori russi, mentre c’è sospetto nei confronti del protestantesimo e delle sette di origine protestante, anche perché viste come possibile quinta colonna degli USA.
Putin è costantemente presente alle cerimonie che celebrano il passato zarista della Russia, a cominciare dalle statue del principe Vladimiro di Kiev (cui risale la cristianizzazione della Russia), di Ivan IV che è il fondatore dell’impero, di Alessandro I, lo zar che vince Napoleone. Putin è anche presente all’inaugurazione a Mosca di una grande moschea, in cui pronuncia un discorso molto chiaro: voi islamici siete benvenuti, ma nessuna tolleranza verso il fondamentalismo e il terrorismo.
Quanto alla politica internazionale, secondo gli analisti più accorti, Putin non vuole riconquistare gli spazi sovietici, vuole “solo” ridare alla Russia lo status di grande potenza, come testimonia una sua dichiarazione del 2010: “Nessuno che abbia cuore può evitare di rimpiangere l’URSS. Nessuno che abbia cervello può volere ricostituirla”.
Tra Putin e i russi si è stabilito nel 2000 un implicito patto di base: vi garantisco stabilità, sicurezza e relativo benessere, ma la politica la lasciate a me. Certo, questo è esattamente l’opposto di ciò che noi intendiamo per democrazia, ma non c’è da stupirsi che dopo le terribili sofferenze e l’insicurezza degli anni Novanta, il russo medio abbia visto in Putin un salvatore. In questo ventennio si è creata una abbastanza numerosa classe media, che sa di dovere a Putin la sua prosperità, anzi la sua stessa esistenza. Resta da vedere se l’avventura – rischiosissima per il mondo ma anche per lui e per il suo Paese - in cui Putin si è cacciato con la invasione dell’Ucraina non possa scuotere alla lunga le basi del suo consenso.
editoriale
Leggere una rivista di geopolitica come Limes, sentire in TV o su You Tube le analisi di Lucio Caracciolo o di Dario Fabbri sulla drammatica situazione dell’ Ucraina, è quanto mai utile per chiarire le idee spesso piuttosto approssimative rovesciateci addosso dalla TV e dai quotidiani, anche se personalmente in quei raffinati analisti sento molto la mancanza di un elemento “utopico” (nel senso del “realismo dell’utopia” di Balducci), di qualcosa che salvi la politica dall’appiattimento sulla logica della potenza politico-militare.
Un “bagno” di geopolitica è utile, ad esempio, a toglierci alcune beate illusioni nelle quali ci siamo cullati in questi lunghi anni di pace, dopo il terribile trentennio di guerre del primo Novecento. In primo luogo, l’illusione che la pace sia un dato naturale, qualcosa di scontato, mentre la storia avrebbe dovuto insegnarci che è un bene prezioso e fragile, che va costruito, curato e difeso contro i pericoli che continuamente la minacciano. La mancanza di attenzione a questo aspetto è stata pagata a caro prezzo dall’Europa nel secolo scorso: dopo la prima guerra mondiale, la pace di Versailles è stata una “pace dei vincitori” che ha posto i semi di una seconda e ancora più devastante guerra mondiale; dopo di questa, sembrava che le nazioni avessero voltato pagina, iniziando un’epoca di pace durevole, almeno in Europa, nonostante – o forse grazie a - la guerra fredda e l’equilibrio del terrore. Dopo il crollo del comunismo e la fine della guerra fredda, l’Occidente ha voluto stravincere, infierendo negli anni Novanta su un’ex URSS ormai allo sbando e ridotta alla fame e all’impotenza (si vedano in proposito le toccanti testimonianze raccolte dal premio Nobel Svetlana Aleksievic in Tempo di seconda mano, Bompiani 2015), quando la risposta giusta sarebbe forse stata un nuovo piano Marshall che comprendesse anche la Russia, coinvolgendola nel “concerto” delle potenze invece di trattarla da “paria”. Così si sono nuovamente sparsi i semi di guerra che recentemente sono germogliati e che non smetteranno tanto presto di farlo.
Conflitti di valori
Uno dei “chiodi fissi” dell’Occidente attuale è che l’umanità non faccia altro che sognare di diventare tutta Occidente; che non voglia solo imitare il nostro modello di sviluppo, i nostri livelli di consumo (e questo si può capire, anche se ci rendiamo sempre più conto dell’insostenibilità di tale modello), ma anche la nostra concezione dell’uomo, della società, della politica, sintetizzabili nella triade di mercato, capitalismo, democrazia liberale. Togliamoci pure l’illusione: i due terzi dell’umanità (Islam, Cina, India ecc., circa cinque miliardi di umani) a quanto pare non vogliono essere come noi, non si ritrovano nella nostra concezione dell’uomo e della società, insomma nella nostra visione del mondo, e di conseguenza nelle nostre forme sociali e politiche. Se qualcuno aveva dei dubbi, il clamoroso fallimento dell’”esportazione della democrazia” in Iraq e in Afghanistan dovrebbe averli dissolti. Certo, col tempo tutto può cambiare, ma sarebbe ingenuo pensare ad una semplice esportazione delle forme politiche e sociali della nostra civiltà, come se fosse un prodotto nostro che per sfondare sui mercati esteri deve solo trovare la giusta strategia di marketing.
Personalmente sono convinto della perdurante validità di molti dei valori portati avanti dall’Occidente, ma credo che lo scambio non possa essere a senso unico, e che noi stessi saremo modificati – è impossibile prevedere come – dal contatto sempre più stretto con le altre grandi aree di civiltà. Del resto, che le democrazie occidentali siano in crisi, che abbiano bisogno di essere in qualche modo “reinventate”, è davanti agli occhi di tutti: a dimostrarlo basterebbe l’incredibile scena dell’ assalto al Campidoglio di Washington da parte di una folla sediziosa e fanatizzata, oppure la crescente disaffezione per la politica nei paesi europei, che si esprime nel calo delle percentuali dei votanti, e che trova il proprio risvolto nell’ascesa dei populismi variamente orientati.
Mi limito ad una osservazione che può aiutare a capire l’attuale situazione della Russia, in particolare il fatto che il consenso per Putin cresca proprio nel corso di una guerra sciagurata che sta mietendo molte vittime non solo tra gli ucraini, ma anche tra i giovani soldati russi. Qualcosa che riguarda il rapporto del singolo cittadino con la propria comunità nazionale e con il potere che la rappresenta.
Alla base c’è per noi occidentali una visione che affonda le radici nell’eredità classica e cristiana, ma negli ultimi secoli principalmente nella filosofia politica di John Locke e degli altri pensatori del liberalismo. Cosa dice Locke? In sostanza, che ciascun uomo nasce portatore di alcuni diritti fondamentali (vita, libertà, proprietà) e che per tutelarli meglio si unisce con i suoi simili in un patto (un contratto sociale). In sostanza, prima viene l’individuo con i suoi diritti, poi viene lo Stato; e sono gli individui – certo, riuniti in corpi sociali intermedi - a giudicare se i governanti sono fedeli al loro mandato o se piuttosto lo tradiscono, agendo nel proprio interesse piuttosto che in quello pubblico. Nel qual caso c’è non solo il diritto, ma anzi il dovere di ribellarsi deponendo il governante infedele (e non si tratta di pure teorie: Locke si riferisce alla rivoluzione inglese di fine Seicento, ma un secolo dopo la stessa pretesa sarà avanzata dalla rivoluzione americana e da quella francese).
Hobbes ed Hegel invece pensano che non abbia senso parlare di diritti anteriormente alla costituzione dello Stato o fuori di essa; e in questo senso la maggior parte dell’umanità (a cominciare dai cinesi e dagli islamici ) è sicuramente dalla loro parte (ma lo siamo anche noi, quando affermiamo la prevalenza del bene pubblico nei confronti del bene privato, e critichiamo gli eccessi dell’individualismo liberale, che se spinti all’estremo portano alla legge del più forte). Il caso dei russi è certo diverso da quello dei cinesi e degli islamici, perchè storicamente la Russia è stata profondamente influenzata dalla cultura europea; ma, a quanto risulta da inchieste “indipendenti”, solo una minoranza dei russi aspira alla democrazia liberale di tipo occidentale, e in grande maggioranza preferisce delegare un potere pressoché assoluto a un soggetto monocratico, come per secoli è avvenuto con la zar, in seguito con il partito bolscevico, oggi con Putin. Quale valore si possa dare a tali inchieste in uno Stato fortemente autoritario, può essere oggetto di discussione. Ad ogni modo, l’attuale disastrosa situazione dovrebbe ricordare a tutti (non solo ai russi) che una delega di questo tipo a “un uomo solo al comando” comporta terribili rischi, che vengono se non annullati (perchè tutti ricordiamo il Vietnam, l’Iraq e l’Afghanistan, invasioni promosse dalla democrazia liberale americana) certo ridotti dai “controlli e contrappesi” delle nostre peraltro spesso inefficienti ed esasperanti democrazie.
L’Occidente visto dalla Russia
Un aspetto particolarmente interessante e insieme inquietante ci aiuta a entrare nella nuova “sfera dei valori” della Russia di Putin: il recupero, dopo l’ateismo ufficiale dell’URSS, non solo della religione (nella forma, prevalente ma non esclusiva, del cristianesimo ortodosso) ma anche dell’alleanza tra trono ed altare caratteristica della tradizione della Russia zarista, anzi ancor prima dell’impero bizantino. Secondo dichiarazioni dello stesso Putin, questo recupero serve essenzialmente a colmare il vuoto di valori determinatosi con il crollo dell’ideologia comunista (più esattamente, marxista-leninista).
A parte la derivazione bizantina dell’ortodossia russa, nel DNA della cultura russa c’è (pensiamo a Tolstoj, a Dostoevskij) l’insistenza su una “via russa” alla modernità, fortemente segnata da un’esigenza di spiritualità, quindi da una presa di distanza nei confronti dell’Occidente, e della cristianità occidentale sia cattolica che protestante. Non è raro che noi occidentali siamo trattati da esponenti contemporanei del pensiero russo (tra i tanti ricordiamo il padre Tichon Sevkunov, il “consigliere spirituale” di Putin olotre che scrittore di successo) come adoratori del vitello d’oro, edonisti e materialisti, rammolliti e decadenti incapaci di sacrifici. Noi magari preferiremmo parlare in termini meno drastici, ma certo non possiamo negare gli inconvenienti che la “società liquida” e il suo individualismo egoistico portano con sé. La disponibilità a soffrire per il “bene della patria” è invece una costante culturale presente al tempo dello zar come nella Russia sovietica, come ancora nei nostri anni di ritrovato nazionalismo russo. Ancor oggi per il russo medio (non certo per gli oligarchi, però ridimensionati e tenuti a freno da Putin) è probabilmente più importante sentirsi parte di un grande Paese che non avere la macchina sportiva o la vasca per idromassaggi. Oggi, con Putin, la rivoluzione d’Ottobre è rifiutata (diversamente da Gorbaciov che con la sua perestrojca non voleva gettare via il buono dell’esperienza sovietica), insieme all’ideologia comunista nella versione di Lenin; ma nonostante gli errori ed orrori dell’esperienza sovietica, se ne riconosce la grandezza, l’aver fatto dell’URSS una della grandi potenze; e paradossalmente ma coerentemente si rivaluta la figura di Stalin. Secondo un’inchiesta, quasi metà dei russi ritiene che senza repressioni Stalin non avrebbe potuto tenere assieme l’URSS, la Russia ha sempre bisogno dell’uomo forte (meglio la violenza del governo che l’anarchia e la legge della giungla come al tempo degli oligarchi).
Il nazionalismo russo non rifiuta le religioni diverse dalla ortodossa, in particolare l’islam e il buddhismo, religioni da sempre presenti nei territori russi, mentre c’è sospetto nei confronti del protestantesimo e delle sette di origine protestante, anche perché viste come possibile quinta colonna degli USA.
Putin è costantemente presente alle cerimonie che celebrano il passato zarista della Russia, a cominciare dalle statue del principe Vladimiro di Kiev (cui risale la cristianizzazione della Russia), di Ivan IV che è il fondatore dell’impero, di Alessandro I, lo zar che vince Napoleone. Putin è anche presente all’inaugurazione a Mosca di una grande moschea, in cui pronuncia un discorso molto chiaro: voi islamici siete benvenuti, ma nessuna tolleranza verso il fondamentalismo e il terrorismo.
Quanto alla politica internazionale, secondo gli analisti più accorti, Putin non vuole riconquistare gli spazi sovietici, vuole “solo” ridare alla Russia lo status di grande potenza, come testimonia una sua dichiarazione del 2010: “Nessuno che abbia cuore può evitare di rimpiangere l’URSS. Nessuno che abbia cervello può volere ricostituirla”.
Tra Putin e i russi si è stabilito nel 2000 un implicito patto di base: vi garantisco stabilità, sicurezza e relativo benessere, ma la politica la lasciate a me. Certo, questo è esattamente l’opposto di ciò che noi intendiamo per democrazia, ma non c’è da stupirsi che dopo le terribili sofferenze e l’insicurezza degli anni Novanta, il russo medio abbia visto in Putin un salvatore. In questo ventennio si è creata una abbastanza numerosa classe media, che sa di dovere a Putin la sua prosperità, anzi la sua stessa esistenza. Resta da vedere se l’avventura – rischiosissima per il mondo ma anche per lui e per il suo Paese - in cui Putin si è cacciato con la invasione dell’Ucraina non possa scuotere alla lunga le basi del suo consenso.
Vogliono proprio tutti diventare occidentali?
30 aprile 2022
Cuneo
Leggere una rivista di geopolitica come Limes, sentire in TV o su You Tube le analisi di Lucio Caracciolo o di Dario Fabbri sulla drammatica situazione dell’ Ucraina, è quanto mai utile per chiarire le idee spesso piuttosto approssimative rovesciateci addosso dalla TV e dai quotidiani, anche se personalmente in quei raffinati analisti sento molto la mancanza di un elemento “utopico” (nel senso del “realismo dell’utopia” di Balducci), di qualcosa che salvi la politica dall’appiattimento sulla logica della potenza politico-militare.
Un “bagno” di geopolitica è utile, ad esempio, a toglierci alcune beate illusioni nelle quali ci siamo cullati in questi lunghi anni di pace, dopo il terribile trentennio di guerre del primo Novecento. In primo luogo, l’illusione che la pace sia un dato naturale, qualcosa di scontato, mentre la storia avrebbe dovuto insegnarci che è un bene prezioso e fragile, che va costruito, curato e difeso contro i pericoli che continuamente la minacciano. La mancanza di attenzione a questo aspetto è stata pagata a caro prezzo dall’Europa nel secolo scorso: dopo la prima guerra mondiale, la pace di Versailles è stata una “pace dei vincitori” che ha posto i semi di una seconda e ancora più devastante guerra mondiale; dopo di questa, sembrava che le nazioni avessero voltato pagina, iniziando un’epoca di pace durevole, almeno in Europa, nonostante – o forse grazie a - la guerra fredda e l’equilibrio del terrore. Dopo il crollo del comunismo e la fine della guerra fredda, l’Occidente ha voluto stravincere, infierendo negli anni Novanta su un’ex URSS ormai allo sbando e ridotta alla fame e all’impotenza (si vedano in proposito le toccanti testimonianze raccolte dal premio Nobel Svetlana Aleksievic in Tempo di seconda mano, Bompiani 2015), quando la risposta giusta sarebbe forse stata un nuovo piano Marshall che comprendesse anche la Russia, coinvolgendola nel “concerto” delle potenze invece di trattarla da “paria”. Così si sono nuovamente sparsi i semi di guerra che recentemente sono germogliati e che non smetteranno tanto presto di farlo.
Conflitti di valori
Uno dei “chiodi fissi” dell’Occidente attuale è che l’umanità non faccia altro che sognare di diventare tutta Occidente; che non voglia solo imitare il nostro modello di sviluppo, i nostri livelli di consumo (e questo si può capire, anche se ci rendiamo sempre più conto dell’insostenibilità di tale modello), ma anche la nostra concezione dell’uomo, della società, della politica, sintetizzabili nella triade di mercato, capitalismo, democrazia liberale. Togliamoci pure l’illusione: i due terzi dell’umanità (Islam, Cina, India ecc., circa cinque miliardi di umani) a quanto pare non vogliono essere come noi, non si ritrovano nella nostra concezione dell’uomo e della società, insomma nella nostra visione del mondo, e di conseguenza nelle nostre forme sociali e politiche. Se qualcuno aveva dei dubbi, il clamoroso fallimento dell’”esportazione della democrazia” in Iraq e in Afghanistan dovrebbe averli dissolti. Certo, col tempo tutto può cambiare, ma sarebbe ingenuo pensare ad una semplice esportazione delle forme politiche e sociali della nostra civiltà, come se fosse un prodotto nostro che per sfondare sui mercati esteri deve solo trovare la giusta strategia di marketing.
Personalmente sono convinto della perdurante validità di molti dei valori portati avanti dall’Occidente, ma credo che lo scambio non possa essere a senso unico, e che noi stessi saremo modificati – è impossibile prevedere come – dal contatto sempre più stretto con le altre grandi aree di civiltà. Del resto, che le democrazie occidentali siano in crisi, che abbiano bisogno di essere in qualche modo “reinventate”, è davanti agli occhi di tutti: a dimostrarlo basterebbe l’incredibile scena dell’ assalto al Campidoglio di Washington da parte di una folla sediziosa e fanatizzata, oppure la crescente disaffezione per la politica nei paesi europei, che si esprime nel calo delle percentuali dei votanti, e che trova il proprio risvolto nell’ascesa dei populismi variamente orientati.
Mi limito ad una osservazione che può aiutare a capire l’attuale situazione della Russia, in particolare il fatto che il consenso per Putin cresca proprio nel corso di una guerra sciagurata che sta mietendo molte vittime non solo tra gli ucraini, ma anche tra i giovani soldati russi. Qualcosa che riguarda il rapporto del singolo cittadino con la propria comunità nazionale e con il potere che la rappresenta.
Alla base c’è per noi occidentali una visione che affonda le radici nell’eredità classica e cristiana, ma negli ultimi secoli principalmente nella filosofia politica di John Locke e degli altri pensatori del liberalismo. Cosa dice Locke? In sostanza, che ciascun uomo nasce portatore di alcuni diritti fondamentali (vita, libertà, proprietà) e che per tutelarli meglio si unisce con i suoi simili in un patto (un contratto sociale). In sostanza, prima viene l’individuo con i suoi diritti, poi viene lo Stato; e sono gli individui – certo, riuniti in corpi sociali intermedi - a giudicare se i governanti sono fedeli al loro mandato o se piuttosto lo tradiscono, agendo nel proprio interesse piuttosto che in quello pubblico. Nel qual caso c’è non solo il diritto, ma anzi il dovere di ribellarsi deponendo il governante infedele (e non si tratta di pure teorie: Locke si riferisce alla rivoluzione inglese di fine Seicento, ma un secolo dopo la stessa pretesa sarà avanzata dalla rivoluzione americana e da quella francese).
Hobbes ed Hegel invece pensano che non abbia senso parlare di diritti anteriormente alla costituzione dello Stato o fuori di essa; e in questo senso la maggior parte dell’umanità (a cominciare dai cinesi e dagli islamici ) è sicuramente dalla loro parte (ma lo siamo anche noi, quando affermiamo la prevalenza del bene pubblico nei confronti del bene privato, e critichiamo gli eccessi dell’individualismo liberale, che se spinti all’estremo portano alla legge del più forte). Il caso dei russi è certo diverso da quello dei cinesi e degli islamici, perchè storicamente la Russia è stata profondamente influenzata dalla cultura europea; ma, a quanto risulta da inchieste “indipendenti”, solo una minoranza dei russi aspira alla democrazia liberale di tipo occidentale, e in grande maggioranza preferisce delegare un potere pressoché assoluto a un soggetto monocratico, come per secoli è avvenuto con la zar, in seguito con il partito bolscevico, oggi con Putin. Quale valore si possa dare a tali inchieste in uno Stato fortemente autoritario, può essere oggetto di discussione. Ad ogni modo, l’attuale disastrosa situazione dovrebbe ricordare a tutti (non solo ai russi) che una delega di questo tipo a “un uomo solo al comando” comporta terribili rischi, che vengono se non annullati (perchè tutti ricordiamo il Vietnam, l’Iraq e l’Afghanistan, invasioni promosse dalla democrazia liberale americana) certo ridotti dai “controlli e contrappesi” delle nostre peraltro spesso inefficienti ed esasperanti democrazie.
L’Occidente visto dalla Russia
Un aspetto particolarmente interessante e insieme inquietante ci aiuta a entrare nella nuova “sfera dei valori” della Russia di Putin: il recupero, dopo l’ateismo ufficiale dell’URSS, non solo della religione (nella forma, prevalente ma non esclusiva, del cristianesimo ortodosso) ma anche dell’alleanza tra trono ed altare caratteristica della tradizione della Russia zarista, anzi ancor prima dell’impero bizantino. Secondo dichiarazioni dello stesso Putin, questo recupero serve essenzialmente a colmare il vuoto di valori determinatosi con il crollo dell’ideologia comunista (più esattamente, marxista-leninista).
A parte la derivazione bizantina dell’ortodossia russa, nel DNA della cultura russa c’è (pensiamo a Tolstoj, a Dostoevskij) l’insistenza su una “via russa” alla modernità, fortemente segnata da un’esigenza di spiritualità, quindi da una presa di distanza nei confronti dell’Occidente, e della cristianità occidentale sia cattolica che protestante. Non è raro che noi occidentali siamo trattati da esponenti contemporanei del pensiero russo (tra i tanti ricordiamo il padre Tichon Sevkunov, il “consigliere spirituale” di Putin olotre che scrittore di successo) come adoratori del vitello d’oro, edonisti e materialisti, rammolliti e decadenti incapaci di sacrifici. Noi magari preferiremmo parlare in termini meno drastici, ma certo non possiamo negare gli inconvenienti che la “società liquida” e il suo individualismo egoistico portano con sé. La disponibilità a soffrire per il “bene della patria” è invece una costante culturale presente al tempo dello zar come nella Russia sovietica, come ancora nei nostri anni di ritrovato nazionalismo russo. Ancor oggi per il russo medio (non certo per gli oligarchi, però ridimensionati e tenuti a freno da Putin) è probabilmente più importante sentirsi parte di un grande Paese che non avere la macchina sportiva o la vasca per idromassaggi. Oggi, con Putin, la rivoluzione d’Ottobre è rifiutata (diversamente da Gorbaciov che con la sua perestrojca non voleva gettare via il buono dell’esperienza sovietica), insieme all’ideologia comunista nella versione di Lenin; ma nonostante gli errori ed orrori dell’esperienza sovietica, se ne riconosce la grandezza, l’aver fatto dell’URSS una della grandi potenze; e paradossalmente ma coerentemente si rivaluta la figura di Stalin. Secondo un’inchiesta, quasi metà dei russi ritiene che senza repressioni Stalin non avrebbe potuto tenere assieme l’URSS, la Russia ha sempre bisogno dell’uomo forte (meglio la violenza del governo che l’anarchia e la legge della giungla come al tempo degli oligarchi).
Il nazionalismo russo non rifiuta le religioni diverse dalla ortodossa, in particolare l’islam e il buddhismo, religioni da sempre presenti nei territori russi, mentre c’è sospetto nei confronti del protestantesimo e delle sette di origine protestante, anche perché viste come possibile quinta colonna degli USA.
Putin è costantemente presente alle cerimonie che celebrano il passato zarista della Russia, a cominciare dalle statue del principe Vladimiro di Kiev (cui risale la cristianizzazione della Russia), di Ivan IV che è il fondatore dell’impero, di Alessandro I, lo zar che vince Napoleone. Putin è anche presente all’inaugurazione a Mosca di una grande moschea, in cui pronuncia un discorso molto chiaro: voi islamici siete benvenuti, ma nessuna tolleranza verso il fondamentalismo e il terrorismo.
Quanto alla politica internazionale, secondo gli analisti più accorti, Putin non vuole riconquistare gli spazi sovietici, vuole “solo” ridare alla Russia lo status di grande potenza, come testimonia una sua dichiarazione del 2010: “Nessuno che abbia cuore può evitare di rimpiangere l’URSS. Nessuno che abbia cervello può volere ricostituirla”.
Tra Putin e i russi si è stabilito nel 2000 un implicito patto di base: vi garantisco stabilità, sicurezza e relativo benessere, ma la politica la lasciate a me. Certo, questo è esattamente l’opposto di ciò che noi intendiamo per democrazia, ma non c’è da stupirsi che dopo le terribili sofferenze e l’insicurezza degli anni Novanta, il russo medio abbia visto in Putin un salvatore. In questo ventennio si è creata una abbastanza numerosa classe media, che sa di dovere a Putin la sua prosperità, anzi la sua stessa esistenza. Resta da vedere se l’avventura – rischiosissima per il mondo ma anche per lui e per il suo Paese - in cui Putin si è cacciato con la invasione dell’Ucraina non possa scuotere alla lunga le basi del suo consenso.