In un precedente articolo avevamo cercato di rispondere ad una domanda che è al centro del saggio di E. Westacott Frugalità, (LUISS 2017), e che si può così formulare: “Se secondo la stragrande maggioranza dei saggi e dei filosofi dell’umanità la frugalità è una componente essenziale della felicità, come mai questa virtù è così poco praticata, sia in passato sia soprattutto oggi?”. Avevamo visto come i filosofi abbiano risposto anzitutto accusando il pensiero corrente da un lato di ignoranza, dall’altro di ipocrisia. Risposte che avevamo detto non del tutto convincenti, anche perché rimaneva da discutere l’ultima e più formidabile obiezione contro la frugalità, per affrontare la quale Westacott, dimostrando un notevole spirito d’imparzialità filosofica in un saggio chiaramente favorevole alla frugalità, s’impegna per due interi capitoli verso la fine del libro.
Lasciando da parte la confusione facilmente superabile tra frugalità e spilorceria, frugalità e pigrizia, l’argomento principe della modernità contro la frugalità è infatti sintetizzato nella formula “Vizi privati, pubbliche virtù”, la cui prima brillante enunciazione troviamo in un celebre poemetto del medico-filosofo anglo-olandese Bernard de Mandeville (1670-1733): La favola delle api, ovvero: vizi privati, pubblici benefici, che si può considerare una delle pietre di fondazione del capitalismo moderno.
Indubbiamente Mandeville con la sua favola delle api insoddisfatte, avide e attaccabrighe che proprio per questi loro difetti accumulano ricchezze e potere, coglie alcune importanti verità. Che la passione per il lusso, per il superfluo, per l’ostentazione, in certi casi possa produrre effetti economicamente positivi, non mi pare si possa negare. Non sembra dubbio che una certa diseguaglianza del reddito incentivi ad investire in innovazioni creando prodotti che in un primo tempo sono di lusso e rimangono limitati ad una cerchia ristretta, poi ricadono a cascata anche sui redditi bassi (automobili, telefonini, computers, elettrodomestici, innumerevoli oggetti di consumo hanno seguito questa traiettoria).
Ma questo non significa che i vantaggi di questo sistema non siano spesso controbilanciati da danni ancora maggiori; e soprattutto, che i “vizi” cessino di essere mali in sé. Anche mali come la peste, i terremoti, la criminalità mafiosa non producono solo conseguenze negative. Una cosa è ritenere che certi mali (gioco, prostituzione, alcoolismo; in campo politico, violenza e menzogna) non li si potrà mai sradicare del tutto (e che spesso sarebbe controproducente tentare di farlo fino in fondo, come dimostra l’esperienza del proibizionismo negli USA negli anni Venti del Novecento) e l’arrendersi fatalisticamente alla loro inevitabilità: a questo punto tanto varrebbe inneggiare ai “benefici” del business delle armi, della droga e della prostituzione. Anche perché i poteri pubblici tendono già per conto loro a far propria questa logica ( si pensi alle lotterie nazionali come esempio macroscopico di diseducazione collettiva, nel quale il fine di ripianare il bilancio dello stato dovrebbe giustificare il danno morale inferto alla società ). Non basta allineare i grandi successi materiali della società moderna, se non ci si chiede che ne è della “qualità della vita” degli uomini che la compongono. Anche i nemici della società capitalistica moderna non possono negare la sua capacità di creare innovazione tecnologica e ricchezza. Ma qual è la qualità della vita dei suoi cittadini, non solo il loro benessere materiale, ma anche il loro benessere morale, che include un certo grado di legittima soddisfazione, legato alla coscienza della propria dignità?
Inoltre (e questa mi pare una considerazione decisiva in un’epoca in cui l’ecologia ci fa toccare con mano i “limiti dello sviluppo”) può darsi che il sistema “vizi privati, pubblici benefici” funzioni solo fino ad un certo punto, superato il quale entra in crisi e rischia il collasso. Una società basata sulla rapina dei beni umani e naturali “tiene” finché ci sono beni da rapinare (e uno degli esempi più chiari fra i tanti è quello dell’attuale distruzione delle risorse ittiche per eccesso di sfruttamento; per non parlare dei combustibili fossili). L’uomo è l’animale più adattabile, ma ci sono dei limiti alla “denaturazione” che può sopportare: oltre un certo punto – mancandogli le ragioni di vivere - si lascia semplicemente morire, come è capitato a molti popoli primitivi a contatto con la civiltà occidentale (la quale del resto soffre anche per conto suo, come attesta il fatto che suicidio e incidenti da velocità siano tra le maggiori cause di morte tra i giovani). Lo stesso vale naturalmente sul piano fisico: la quantità di veleni che l’uomo può sopportare è limitata. In ogni caso, la contraddizione fondamentale del nostro modello di sviluppo è – come dovrebbe essere ormai evidente a tutti – quella tra un paradigma di crescita senza limiti, e il sistema Terra che comunque è limitato.
editoriale
In un precedente articolo avevamo cercato di rispondere ad una domanda che è al centro del saggio di E. Westacott Frugalità, (LUISS 2017), e che si può così formulare: “Se secondo la stragrande maggioranza dei saggi e dei filosofi dell’umanità la frugalità è una componente essenziale della felicità, come mai questa virtù è così poco praticata, sia in passato sia soprattutto oggi?”. Avevamo visto come i filosofi abbiano risposto anzitutto accusando il pensiero corrente da un lato di ignoranza, dall’altro di ipocrisia. Risposte che avevamo detto non del tutto convincenti, anche perché rimaneva da discutere l’ultima e più formidabile obiezione contro la frugalità, per affrontare la quale Westacott, dimostrando un notevole spirito d’imparzialità filosofica in un saggio chiaramente favorevole alla frugalità, s’impegna per due interi capitoli verso la fine del libro.
Lasciando da parte la confusione facilmente superabile tra frugalità e spilorceria, frugalità e pigrizia, l’argomento principe della modernità contro la frugalità è infatti sintetizzato nella formula “Vizi privati, pubbliche virtù”, la cui prima brillante enunciazione troviamo in un celebre poemetto del medico-filosofo anglo-olandese Bernard de Mandeville (1670-1733): La favola delle api, ovvero: vizi privati, pubblici benefici, che si può considerare una delle pietre di fondazione del capitalismo moderno.
Indubbiamente Mandeville con la sua favola delle api insoddisfatte, avide e attaccabrighe che proprio per questi loro difetti accumulano ricchezze e potere, coglie alcune importanti verità. Che la passione per il lusso, per il superfluo, per l’ostentazione, in certi casi possa produrre effetti economicamente positivi, non mi pare si possa negare. Non sembra dubbio che una certa diseguaglianza del reddito incentivi ad investire in innovazioni creando prodotti che in un primo tempo sono di lusso e rimangono limitati ad una cerchia ristretta, poi ricadono a cascata anche sui redditi bassi (automobili, telefonini, computers, elettrodomestici, innumerevoli oggetti di consumo hanno seguito questa traiettoria).
Ma questo non significa che i vantaggi di questo sistema non siano spesso controbilanciati da danni ancora maggiori; e soprattutto, che i “vizi” cessino di essere mali in sé. Anche mali come la peste, i terremoti, la criminalità mafiosa non producono solo conseguenze negative. Una cosa è ritenere che certi mali (gioco, prostituzione, alcoolismo; in campo politico, violenza e menzogna) non li si potrà mai sradicare del tutto (e che spesso sarebbe controproducente tentare di farlo fino in fondo, come dimostra l’esperienza del proibizionismo negli USA negli anni Venti del Novecento) e l’arrendersi fatalisticamente alla loro inevitabilità: a questo punto tanto varrebbe inneggiare ai “benefici” del business delle armi, della droga e della prostituzione. Anche perché i poteri pubblici tendono già per conto loro a far propria questa logica ( si pensi alle lotterie nazionali come esempio macroscopico di diseducazione collettiva, nel quale il fine di ripianare il bilancio dello stato dovrebbe giustificare il danno morale inferto alla società ). Non basta allineare i grandi successi materiali della società moderna, se non ci si chiede che ne è della “qualità della vita” degli uomini che la compongono. Anche i nemici della società capitalistica moderna non possono negare la sua capacità di creare innovazione tecnologica e ricchezza. Ma qual è la qualità della vita dei suoi cittadini, non solo il loro benessere materiale, ma anche il loro benessere morale, che include un certo grado di legittima soddisfazione, legato alla coscienza della propria dignità?
Inoltre (e questa mi pare una considerazione decisiva in un’epoca in cui l’ecologia ci fa toccare con mano i “limiti dello sviluppo”) può darsi che il sistema “vizi privati, pubblici benefici” funzioni solo fino ad un certo punto, superato il quale entra in crisi e rischia il collasso. Una società basata sulla rapina dei beni umani e naturali “tiene” finché ci sono beni da rapinare (e uno degli esempi più chiari fra i tanti è quello dell’attuale distruzione delle risorse ittiche per eccesso di sfruttamento; per non parlare dei combustibili fossili). L’uomo è l’animale più adattabile, ma ci sono dei limiti alla “denaturazione” che può sopportare: oltre un certo punto – mancandogli le ragioni di vivere - si lascia semplicemente morire, come è capitato a molti popoli primitivi a contatto con la civiltà occidentale (la quale del resto soffre anche per conto suo, come attesta il fatto che suicidio e incidenti da velocità siano tra le maggiori cause di morte tra i giovani). Lo stesso vale naturalmente sul piano fisico: la quantità di veleni che l’uomo può sopportare è limitata. In ogni caso, la contraddizione fondamentale del nostro modello di sviluppo è – come dovrebbe essere ormai evidente a tutti – quella tra un paradigma di crescita senza limiti, e il sistema Terra che comunque è limitato.
La favola delle api, ovvero: vizi privati, pubblici benefici
25 aprile 2022
Cuneo
In un precedente articolo avevamo cercato di rispondere ad una domanda che è al centro del saggio di E. Westacott Frugalità, (LUISS 2017), e che si può così formulare: “Se secondo la stragrande maggioranza dei saggi e dei filosofi dell’umanità la frugalità è una componente essenziale della felicità, come mai questa virtù è così poco praticata, sia in passato sia soprattutto oggi?”. Avevamo visto come i filosofi abbiano risposto anzitutto accusando il pensiero corrente da un lato di ignoranza, dall’altro di ipocrisia. Risposte che avevamo detto non del tutto convincenti, anche perché rimaneva da discutere l’ultima e più formidabile obiezione contro la frugalità, per affrontare la quale Westacott, dimostrando un notevole spirito d’imparzialità filosofica in un saggio chiaramente favorevole alla frugalità, s’impegna per due interi capitoli verso la fine del libro.
Lasciando da parte la confusione facilmente superabile tra frugalità e spilorceria, frugalità e pigrizia, l’argomento principe della modernità contro la frugalità è infatti sintetizzato nella formula “Vizi privati, pubbliche virtù”, la cui prima brillante enunciazione troviamo in un celebre poemetto del medico-filosofo anglo-olandese Bernard de Mandeville (1670-1733): La favola delle api, ovvero: vizi privati, pubblici benefici, che si può considerare una delle pietre di fondazione del capitalismo moderno.
Indubbiamente Mandeville con la sua favola delle api insoddisfatte, avide e attaccabrighe che proprio per questi loro difetti accumulano ricchezze e potere, coglie alcune importanti verità. Che la passione per il lusso, per il superfluo, per l’ostentazione, in certi casi possa produrre effetti economicamente positivi, non mi pare si possa negare. Non sembra dubbio che una certa diseguaglianza del reddito incentivi ad investire in innovazioni creando prodotti che in un primo tempo sono di lusso e rimangono limitati ad una cerchia ristretta, poi ricadono a cascata anche sui redditi bassi (automobili, telefonini, computers, elettrodomestici, innumerevoli oggetti di consumo hanno seguito questa traiettoria).
Ma questo non significa che i vantaggi di questo sistema non siano spesso controbilanciati da danni ancora maggiori; e soprattutto, che i “vizi” cessino di essere mali in sé. Anche mali come la peste, i terremoti, la criminalità mafiosa non producono solo conseguenze negative. Una cosa è ritenere che certi mali (gioco, prostituzione, alcoolismo; in campo politico, violenza e menzogna) non li si potrà mai sradicare del tutto (e che spesso sarebbe controproducente tentare di farlo fino in fondo, come dimostra l’esperienza del proibizionismo negli USA negli anni Venti del Novecento) e l’arrendersi fatalisticamente alla loro inevitabilità: a questo punto tanto varrebbe inneggiare ai “benefici” del business delle armi, della droga e della prostituzione. Anche perché i poteri pubblici tendono già per conto loro a far propria questa logica ( si pensi alle lotterie nazionali come esempio macroscopico di diseducazione collettiva, nel quale il fine di ripianare il bilancio dello stato dovrebbe giustificare il danno morale inferto alla società ). Non basta allineare i grandi successi materiali della società moderna, se non ci si chiede che ne è della “qualità della vita” degli uomini che la compongono. Anche i nemici della società capitalistica moderna non possono negare la sua capacità di creare innovazione tecnologica e ricchezza. Ma qual è la qualità della vita dei suoi cittadini, non solo il loro benessere materiale, ma anche il loro benessere morale, che include un certo grado di legittima soddisfazione, legato alla coscienza della propria dignità?
Inoltre (e questa mi pare una considerazione decisiva in un’epoca in cui l’ecologia ci fa toccare con mano i “limiti dello sviluppo”) può darsi che il sistema “vizi privati, pubblici benefici” funzioni solo fino ad un certo punto, superato il quale entra in crisi e rischia il collasso. Una società basata sulla rapina dei beni umani e naturali “tiene” finché ci sono beni da rapinare (e uno degli esempi più chiari fra i tanti è quello dell’attuale distruzione delle risorse ittiche per eccesso di sfruttamento; per non parlare dei combustibili fossili). L’uomo è l’animale più adattabile, ma ci sono dei limiti alla “denaturazione” che può sopportare: oltre un certo punto – mancandogli le ragioni di vivere - si lascia semplicemente morire, come è capitato a molti popoli primitivi a contatto con la civiltà occidentale (la quale del resto soffre anche per conto suo, come attesta il fatto che suicidio e incidenti da velocità siano tra le maggiori cause di morte tra i giovani). Lo stesso vale naturalmente sul piano fisico: la quantità di veleni che l’uomo può sopportare è limitata. In ogni caso, la contraddizione fondamentale del nostro modello di sviluppo è – come dovrebbe essere ormai evidente a tutti – quella tra un paradigma di crescita senza limiti, e il sistema Terra che comunque è limitato.