cultura

Boves 26 aprile 1945, gli ultimi atti di barbarie

18 aprile 2022

Cuneo

La vicenda di Boves nel periodo resistenziale è nota a tutti. Venti furono i mesi di sofferenza, di lutto, di morte e di incendi dal 16 settembre 1943 a fine aprile 1945, scanditi dai tre momenti di particolare efferatezza: la domenica 19 settembre ‘43, il 31 dicembre con i primi tre giorni del 1944, il 26 aprile 1945, anche se i morti, gli incendi, i furti, i saccheggi, gli ostaggi segneranno ogni mese di quel periodo. Il 25 aprile, per tutti gli italiani giorno simbolo di una ritrovata libertà, la popolazione bovesana attende con ansia la partenza, dopo gli ultimi otto mesi di occupazione, del presidio tedesco, il cui comandante sta per consegnare all’interprete Rosemarie Wildi Benedict la chiave del magazzino delle scuole di Piazza Borelli. Lei potrà restituire alla popolazione la roba a suo tempo requisita. Si attende l’esito dei colloqui del teologo don Michele Pellegrino, cappellano del santuario di Madonna dei Boschi, con il comandante tedesco dopo l’incontro con i partigiani del capitano Carlo Oberti della brigata 177° Garibaldi e della “G.L. Bisalta”. Finalmente, con la mediazione del sacerdote e del commissario prefettizio dott. Donato Dutto si giunge all’accordo : i partigiani lasceranno partire la colonna tedesca senza interferire con atti di sabotaggio o con attacchi armati. Infine verso le sei del pomeriggio del 25 aprile, come annota la Benedict nel suo libro “Rosemarie”, “…la colonna tedesca si mette in marcia…Se ne vanno! La gente esce dalle case, corre a godersi la partenza dei tedeschi. Io vado ad aprire la porta del magazzino, ognuno si riprende la sua roba. Chi canta, chi urla dalla gioia. C’è anche chi piange. Che strana sensazione: siamo liberi, no? Ma sarà proprio finita?” Purtroppo no. Nella notte tra il 26 e il 27 aprile un’altra colonna tedesca “… di circa trecento tedeschi provenienti dalla Savoia nel “ripiegamento” passa per Boves; in testa il comandante” - si legge ancora in “Rosemarie” - …I partigiani avevano avuto l’ordine perentorio di non sparare. Ma purtroppo uno dei ragazzi di guardia non si attenne a quest’ordine, sparò..” una raffica di mitra e colpì, ferendolo gravemente, l’ufficiale alla testa della colonna dei guastatori tedeschi. L’episodio avvenne nei pressi della ex chiesa di San Sebastiano in zona Chiesa Vecchia. I partigiani riuscirono a fuggire. Il comandante sguinzagliò i suoi soldati che catturarono nelle vicine abitazioni, strappandoli ai loro cari e in centro paese nove persone. Uccisero due partigiani in piazza Italia a Boves, Giuseppe Baudino e Vincenzo Franzoni. Un terzo, Paolo Rotta, ferito negli scontri, morirà all’ospedale. I sei civili prelevati in zona Chiesa Vecchia: Pietro Baldovino, Matteo Dutto, Stefano Ghinamo, Pietro Pellegrino, Maurizio Rosso, Anselmo Agnese (padre dei due fratelli Michel e Piero che avevano visto uccidere il nonno Michele la domenica 19 settembre 1943), dopo essere stati seviziati nella notte a colpi di baionetta e con i calci dei fucili vennero trucidati e fucilati. Là dove furono ritrovati quei corpi martoriati, la pietà dei Bovesani intitolò quella stradina Via dei Martiri. Annota ancora “Rosemarie”: Le biciclette che i soldati hanno requisito e che “sono ammucchiate in vari punti della piazza…non servono più, non devono servire “agli altri”: ne fanno un mucchio, ci passano sopra con i carri armati”. La conferma di questi furti si desume dalle denunce che i cittadini sporgeranno all’Ufficio distrettuale imposte o all’Intendenza di finanza o al comune per avere un rimborso per i danni di guerra subiti. Dai manoscritti delle richieste di cittadini, custoditi nel ricco e prezioso archivio del signor Silvio Bonino (g.c.), si ricava un elenco di questi furti che riportano tutti la data del 27 aprile 1945, con l’annotazione “per rappresaglia di fatti del 26.4.1945” da parte di “guastatori tedeschi”. Martini Michele Patapùn, residente in via don Olivero 44, ha un danno di £. 22.000 per il furto di tre biciclette, due da donna Legnano e una da uomo Bianchi verde, seminuove. In pari data a Ghinamo Federico e Roberto vengono prelevate una bicicletta vecchia e una Bianchi seminuova, il cui valore è di £. 22.500. A Galfrè Luigi una banda di tedeschi prelevò una bicicletta seminuova nera Volpi per £. 14.000. A Favole Domenico a “seguito fatto bellico di rappresaglia e rastrellamento…da parte di guastatori germanici in ritirata il 27.4” viene sequestrata una motocicletta in perfettissimo stato con targa CN 1836, il cui valore ammonta a £. 50.000. Un altro cittadino bovesano, con firma illeggibile, “per rappresaglia e ruberia da truppe tedesche” subisce il furto di 3 biciclette come nuove. A Cerutti Italo, che già aveva subito un grave danno nell’incendio del 31.12.43 a S. Giacomo, rubano una bicicletta Carraro nuova (£. 10.500). Alle tante biciclette da uomo o da donna, sempre ben precisata la marca Bianchi, Carraro, Legnano, Volpi, con un valore che oscilla da £. 10.000 a 16.000, nuove o seminuove o in ottimo stato o a orologi in oro o in argento (Bosco, Omega, Longines, famosa marca svizzera) si aggiungono altri furti. Dutto Vittorio, conosciuto dai bovesani come Toiu che girava per il paese con il suo caratteristico carretto (ora nei locali della biblioteca e della Scuola di Pace) a vendere i suoi prodotti, abitante in corso Bisalta, allora corso Regina 145, subisce un “furto tedesco “di una bicicletta Bianchi £.12.500, 2 orologi argento Longines £.10.500, penne stilografiche Rouge Noir, pennelli da barba... ecc. per un totale di £. 26.800. Minetu du Re è derubato il 26-27 aprile 1945 di una bicicletta £10.500, due paia scarpe, vestito lana, camicie, calze per totale £. 26.600. Un ultimo esempio: Cerato Anna ved. Bellone in via Cerati 8, che già era stata derubata in giugno e autunno 1944 da tedeschi, il 27 aprile ‘45 “da parte di truppe di guastatori germanici in ritirata” viene derubata di: borsette cuoio, scarpe nuove, orologio in argento Longines, asciugatoi in tela, anello in oro uomo (£. 4.500), ½ kg. seta pura, posate, 10 dozzine uova, 1 kg. burro, sacco patate, £. 3.000 in contanti, per un danno stimato in £ 23.000. Una considerazione finale: i furti e i saccheggi, iniziati la domenica 19 settembre, hanno duramente impoverito i bovesani e danneggiato l’economia locale per tutto il periodo. Come già anticipato, i denuncianti nel sottolineare la quantità e soprattutto la qualità, all’unisono ribadiscono il valore non solo economico ma vitale di quanto sottratto o distrutto. L’orologio in oro o argento, catenine, braccialetti, marenghi o marenghini, anelli, radio, binocoli, biciclette nuove o “quasi nuove” sono doni e ricordi di famiglia o di cerimonie o di eredità, il cui valore affettivo non ha prezzo. Allo stesso tempo indispensabili e altrettanto preziosi sono: maglie, camicie, guanti, calze e calzettoni, mutande, sottane, “cutìn” o “camisole” - in lana pregiata e fatti a mano -, scarpe, borsette, lenzuola, federe, copriletti, coperte, trapunte, asciugamani, tovaglie e tovaglioli, tende, rideaux, capi di vestiario, stoffe, sete, tela di casa, costati lacrime e sangue e ore “rubate” al sonno per ricamarli o cifrarli o all’uncinetto, “povero” corredo di nozze. Non sono solo storie di famiglie, sono vita e sostegno e futuro per la famiglia. Che dire poi di: mucche, vitelli, asini, capre, pecore, maiali, galline, conigli, tortorelle, bachi da seta, con i prodotti derivati o coltivati: uova, carne, salumi, lardo, burro, pane, farina bianca e gialla, crusca, patate, porri, cavoli, castagne, frutta, noci e nocciole, vino da pasto o da festa, grano, granoturco o mais, orzo, segale, paglia, fieno, foglie di castagno per strame alle bestie, legna da ardere e legname per costruzione e per attrezzi agricoli, fascine, “giavele” di segale per il tetto, attrezzi da lavoro, mobili di casa, ceste, damigiane, bauli. È cibo, merce di scambio, economia di sussistenza specie per la montagna. Una bestia che muore o è rubata è carestia, miseria, colpo mortale. Nel dire di cibo rubato si dettaglia la quantità, i chili, le dozzine, le micche, la gallina grossa o ovaiola, o il gallo in pieno vigore; è una catena alimentare e vitale che viene spezzata. L’ultima ferita del 27 aprile 1945 chiude un anello che ha colpito a morte una collettività. Le conseguenze non solo economiche ma a livello psicologico e sociale dureranno anni, forse per tanti una vita intera. “Mamma è morta il giorno che il figlio è partito…che l’hanno ucciso”. “Non sono più stata in grado di vivere come prima della guerra”. “Di notte quanti incubi, sogni, terrori...”. Il dottor Abrate, medico condotto, dirà più volte “…i bambini devono chiudere gli occhi senza più vedere incendi, furti, uccisioni di parenti, conoscenti, vicini, distruzione di case, di animali…”; “non so quanto impiegheranno a superare (o forse mai) queste visioni nei loro occhi”. “Queste atrocità gli distruggono il futuro…poveri noi, poveri loro!”. Lo storico Tommaso Salzotti riporta che la maestra Maria Cavallo, insegnante a Fontanelle, ai primi di maggio rivolge un augurio che apre squarci di speranza: “La scuola…si propone di essere fedele custode della spirituale eredità lasciata dai Martiri alle generazioni nuove”. Aggiungo: non solo la scuola, ma tutta la città. È un messaggio che auguriamo profetico anche per i giorni cupi che stiamo vivendo.
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