“Un’espressione sudamericana dice che i “preti assolvono, ma le suore confessano”. Credo che sia un po’ l’aspetto che caratterizza la nostra presenza di suore missionarie tra la gente, donne consacrate chiamate ad offrire vicinanza, ascolto, relazione. Entriamo nelle famiglie più facilmente dei preti, siamo accolte come sorelle con cui ci si può confidare. Oggi, infatti, è caduto quel riconoscimento sociale legato ad un ruolo, oggi essere credenti è una sfida grande per tutti. Anche per noi: o ci crediamo e allora siamo credibili oppure …”.
Suor Gabriella Bono, bovesana, di passaggio per qualche giorno nella sua casa natale, riassume così la presenza delle suore della Consolata in tante parti del mondo, ma in particolare in America Latina dove vive da qualche anno, dopo essere stata consigliera generale dell’Istituto missionario dal 1993 al 1999, poi Madre Generale fino al 2011 e poi ancora dal 2012 missionaria in Argentina, Bolivia ed ora in Brasile. Da San Paolo parte per visitare le 28 comunità del Sud America e degli Stati Uniti di cui è la responsabile regionale dal 2018.
Una grande responsabilità essere riferimento di una grande comunità?
Vado a trovare le nostre sorelle che in molti casi sono suore anziane, italiane che hanno fondato le missioni degli inizi e suore del posto che vogliono restare in quei Paesi dove hanno speso la loro vita e dove sono amate dalla popolazione. Come congregazione abbiamo molto forte lo “spirito di famiglia” che ci ha trasmesso il nostro fondatore padre Giuseppe Allamano, la cui causa di canonizzazione è quasi conclusa (c’è stato un miracolo di guarigione tra gli indios Yanomani ndr). Il mio compito di “visitatrice” è proprio quello di stare loro vicina, condividere fatiche e gioie, come in famiglia.
Come fate nelle vostre missioni?
Non sono tanto le cose da fare che ci interessano, ma soprattutto tessere relazioni. Ci siamo accorte di quanto ci sia bisogno di vicinanza durante il periodo del Covid che ha portato fatiche, depressioni e suicidi. Quando qualcuno e anche le nostre sorelle si ammalavano siamo corse dove c’era bisogno, come si fa in famiglia. Come Istituto abbiamo perso 18 suore. Però in questi due anni abbiamo anche scoperto un nuovo modo per restare in contatto ed aiutarci tramite le connessioni online.
Due cose belle del suo servizio nel mondo?
La prima è di aver conosciuto missionarie stupende che danno la vita, semplicemente ogni giorno nelle piccole cose, per la promozione umana, sociale ed educativa del popolo loro affidato. La seconda è quella di essere venuta in contatto con la ricchezza culturale e spirituale di tanti popoli, in particolare una ricchezza spirituale a noi sconosciuta. Il cammino missionario non è solo un dare, ma un dare e un ricevere. I rapporti con altre culture sono un grande arricchimento e quando torniamo nei nostri Paesi d’origine possiamo diventare “ponti” verso tutti.
Può fare un esempio di questo scambio?
Papa Francesco al Sinodo dell’Amazzonia ha affidato a tutti come consegna la consapevolezza che tutto è creato inter-relazionato, inter-connesso, quindi il nostro compito è custodire l’armonia. In Amazzonia ad esempio c’è un grande rispetto per la “Madre terra” detta “Pachamama” : quando pianti e poi raccogli l’insalata chiedi permesso alla terra che te la dona. Così come prima di arare e ferire la terra, si prega. In Bolivia si usa l’espressione “buon vivere” che è un vivere bene, in armonia, dove tutto è in relazione con te.
È un’armonia che la guerra può distruggere per sempre?
Di fronte alla guerra, come leggiamo in questi giorni, viene a galla l’eterna lotta tra il bene e il male che c’è da sempre, nei cuori, nelle famiglie, nei paesi. Il male esiste, ma quanti gesti di solidarietà vediamo anche… Proprio quando il male sembra avere la meglio e vincere, noi come credenti sappiamo che non è vero! La Resurrezione è più forte e il male – che è male – combatterà fino alla fine. Come il Covid ha portato alla luce la nostra fragilità e impreparazione, così però abbiamo scoperto la possibilità di relazioni tra le persone, di sguardi, di saluti. È il valore della piccolezza, dei piccoli gesti.
E la paura?
La paura è una cosa che ci condiziona, soprattutto la paura della morte ma anche la paura del diverso. La paura può essere solo paura oppure possibilità di incontro. Lì sei chiamato a scegliere. Se non chiudi all’altro allora si supera insieme la stessa paura.
paesi
“Un’espressione sudamericana dice che i “preti assolvono, ma le suore confessano”. Credo che sia un po’ l’aspetto che caratterizza la nostra presenza di suore missionarie tra la gente, donne consacrate chiamate ad offrire vicinanza, ascolto, relazione. Entriamo nelle famiglie più facilmente dei preti, siamo accolte come sorelle con cui ci si può confidare. Oggi, infatti, è caduto quel riconoscimento sociale legato ad un ruolo, oggi essere credenti è una sfida grande per tutti. Anche per noi: o ci crediamo e allora siamo credibili oppure …”.
Suor Gabriella Bono, bovesana, di passaggio per qualche giorno nella sua casa natale, riassume così la presenza delle suore della Consolata in tante parti del mondo, ma in particolare in America Latina dove vive da qualche anno, dopo essere stata consigliera generale dell’Istituto missionario dal 1993 al 1999, poi Madre Generale fino al 2011 e poi ancora dal 2012 missionaria in Argentina, Bolivia ed ora in Brasile. Da San Paolo parte per visitare le 28 comunità del Sud America e degli Stati Uniti di cui è la responsabile regionale dal 2018.
Una grande responsabilità essere riferimento di una grande comunità?
Vado a trovare le nostre sorelle che in molti casi sono suore anziane, italiane che hanno fondato le missioni degli inizi e suore del posto che vogliono restare in quei Paesi dove hanno speso la loro vita e dove sono amate dalla popolazione. Come congregazione abbiamo molto forte lo “spirito di famiglia” che ci ha trasmesso il nostro fondatore padre Giuseppe Allamano, la cui causa di canonizzazione è quasi conclusa (c’è stato un miracolo di guarigione tra gli indios Yanomani ndr). Il mio compito di “visitatrice” è proprio quello di stare loro vicina, condividere fatiche e gioie, come in famiglia.
Come fate nelle vostre missioni?
Non sono tanto le cose da fare che ci interessano, ma soprattutto tessere relazioni. Ci siamo accorte di quanto ci sia bisogno di vicinanza durante il periodo del Covid che ha portato fatiche, depressioni e suicidi. Quando qualcuno e anche le nostre sorelle si ammalavano siamo corse dove c’era bisogno, come si fa in famiglia. Come Istituto abbiamo perso 18 suore. Però in questi due anni abbiamo anche scoperto un nuovo modo per restare in contatto ed aiutarci tramite le connessioni online.
Due cose belle del suo servizio nel mondo?
La prima è di aver conosciuto missionarie stupende che danno la vita, semplicemente ogni giorno nelle piccole cose, per la promozione umana, sociale ed educativa del popolo loro affidato. La seconda è quella di essere venuta in contatto con la ricchezza culturale e spirituale di tanti popoli, in particolare una ricchezza spirituale a noi sconosciuta. Il cammino missionario non è solo un dare, ma un dare e un ricevere. I rapporti con altre culture sono un grande arricchimento e quando torniamo nei nostri Paesi d’origine possiamo diventare “ponti” verso tutti.
Può fare un esempio di questo scambio?
Papa Francesco al Sinodo dell’Amazzonia ha affidato a tutti come consegna la consapevolezza che tutto è creato inter-relazionato, inter-connesso, quindi il nostro compito è custodire l’armonia. In Amazzonia ad esempio c’è un grande rispetto per la “Madre terra” detta “Pachamama” : quando pianti e poi raccogli l’insalata chiedi permesso alla terra che te la dona. Così come prima di arare e ferire la terra, si prega. In Bolivia si usa l’espressione “buon vivere” che è un vivere bene, in armonia, dove tutto è in relazione con te.
È un’armonia che la guerra può distruggere per sempre?
Di fronte alla guerra, come leggiamo in questi giorni, viene a galla l’eterna lotta tra il bene e il male che c’è da sempre, nei cuori, nelle famiglie, nei paesi. Il male esiste, ma quanti gesti di solidarietà vediamo anche… Proprio quando il male sembra avere la meglio e vincere, noi come credenti sappiamo che non è vero! La Resurrezione è più forte e il male – che è male – combatterà fino alla fine. Come il Covid ha portato alla luce la nostra fragilità e impreparazione, così però abbiamo scoperto la possibilità di relazioni tra le persone, di sguardi, di saluti. È il valore della piccolezza, dei piccoli gesti.
E la paura?
La paura è una cosa che ci condiziona, soprattutto la paura della morte ma anche la paura del diverso. La paura può essere solo paura oppure possibilità di incontro. Lì sei chiamato a scegliere. Se non chiudi all’altro allora si supera insieme la stessa paura.
Suor Gabriella Bono, bovesana, missionaria in Sud America
08 aprile 2022
Cuneo
“Un’espressione sudamericana dice che i “preti assolvono, ma le suore confessano”. Credo che sia un po’ l’aspetto che caratterizza la nostra presenza di suore missionarie tra la gente, donne consacrate chiamate ad offrire vicinanza, ascolto, relazione. Entriamo nelle famiglie più facilmente dei preti, siamo accolte come sorelle con cui ci si può confidare. Oggi, infatti, è caduto quel riconoscimento sociale legato ad un ruolo, oggi essere credenti è una sfida grande per tutti. Anche per noi: o ci crediamo e allora siamo credibili oppure …”.
Suor Gabriella Bono, bovesana, di passaggio per qualche giorno nella sua casa natale, riassume così la presenza delle suore della Consolata in tante parti del mondo, ma in particolare in America Latina dove vive da qualche anno, dopo essere stata consigliera generale dell’Istituto missionario dal 1993 al 1999, poi Madre Generale fino al 2011 e poi ancora dal 2012 missionaria in Argentina, Bolivia ed ora in Brasile. Da San Paolo parte per visitare le 28 comunità del Sud America e degli Stati Uniti di cui è la responsabile regionale dal 2018.
Una grande responsabilità essere riferimento di una grande comunità?
Vado a trovare le nostre sorelle che in molti casi sono suore anziane, italiane che hanno fondato le missioni degli inizi e suore del posto che vogliono restare in quei Paesi dove hanno speso la loro vita e dove sono amate dalla popolazione. Come congregazione abbiamo molto forte lo “spirito di famiglia” che ci ha trasmesso il nostro fondatore padre Giuseppe Allamano, la cui causa di canonizzazione è quasi conclusa (c’è stato un miracolo di guarigione tra gli indios Yanomani ndr). Il mio compito di “visitatrice” è proprio quello di stare loro vicina, condividere fatiche e gioie, come in famiglia.
Come fate nelle vostre missioni?
Non sono tanto le cose da fare che ci interessano, ma soprattutto tessere relazioni. Ci siamo accorte di quanto ci sia bisogno di vicinanza durante il periodo del Covid che ha portato fatiche, depressioni e suicidi. Quando qualcuno e anche le nostre sorelle si ammalavano siamo corse dove c’era bisogno, come si fa in famiglia. Come Istituto abbiamo perso 18 suore. Però in questi due anni abbiamo anche scoperto un nuovo modo per restare in contatto ed aiutarci tramite le connessioni online.
Due cose belle del suo servizio nel mondo?
La prima è di aver conosciuto missionarie stupende che danno la vita, semplicemente ogni giorno nelle piccole cose, per la promozione umana, sociale ed educativa del popolo loro affidato. La seconda è quella di essere venuta in contatto con la ricchezza culturale e spirituale di tanti popoli, in particolare una ricchezza spirituale a noi sconosciuta. Il cammino missionario non è solo un dare, ma un dare e un ricevere. I rapporti con altre culture sono un grande arricchimento e quando torniamo nei nostri Paesi d’origine possiamo diventare “ponti” verso tutti.
Può fare un esempio di questo scambio?
Papa Francesco al Sinodo dell’Amazzonia ha affidato a tutti come consegna la consapevolezza che tutto è creato inter-relazionato, inter-connesso, quindi il nostro compito è custodire l’armonia. In Amazzonia ad esempio c’è un grande rispetto per la “Madre terra” detta “Pachamama” : quando pianti e poi raccogli l’insalata chiedi permesso alla terra che te la dona. Così come prima di arare e ferire la terra, si prega. In Bolivia si usa l’espressione “buon vivere” che è un vivere bene, in armonia, dove tutto è in relazione con te.
È un’armonia che la guerra può distruggere per sempre?
Di fronte alla guerra, come leggiamo in questi giorni, viene a galla l’eterna lotta tra il bene e il male che c’è da sempre, nei cuori, nelle famiglie, nei paesi. Il male esiste, ma quanti gesti di solidarietà vediamo anche… Proprio quando il male sembra avere la meglio e vincere, noi come credenti sappiamo che non è vero! La Resurrezione è più forte e il male – che è male – combatterà fino alla fine. Come il Covid ha portato alla luce la nostra fragilità e impreparazione, così però abbiamo scoperto la possibilità di relazioni tra le persone, di sguardi, di saluti. È il valore della piccolezza, dei piccoli gesti.
E la paura?
La paura è una cosa che ci condiziona, soprattutto la paura della morte ma anche la paura del diverso. La paura può essere solo paura oppure possibilità di incontro. Lì sei chiamato a scegliere. Se non chiudi all’altro allora si supera insieme la stessa paura.