editoriale

Per il mio bene

31 marzo 2022

Cuneo

Maltrattamento infantile   “Non si è al sicuro in nessun posto”. Suona così l’incipit del romanzo autobiografico di Ema Stokholma, “Per il mio bene” (HarperCollins 2020), vincitore del Premio Bancarella 2021. Che cosa racconta? Della sua infanzia senza padre, accanto a una madre disturbata e violenta. Il primo pugno in macchina, all’età di quattro anni, la destabilizza. Di solito succedeva a casa. “Aveva fermato la macchina per girarsi e darmelo più forte”. E ancora: “Non c’è un motivo valido, non c’è una spiegazione, accade all’improvviso ed è sempre lo stesso scenario”. Il vero nome di Ema Stokholma è Morwenn Moguerou. Nata in Francia nel 1983, scappa di casa a 15 anni per sfuggire ai quotidiani abusi materni e si trasferisce in Italia, dove lavora come modella prima e poi per il mondo della musica. Ora è una delle più importanti e popolari dj italiane. L’abbiamo vista agli Eurovision 2021 e a Sanremo. Dal 2017 è una delle conduttrice di Rai Radio 2. Alle spalle una storia di torture e violenza accanto alla madre “mostro”. Un’infanzia di umiliazioni e di lividi, per lei e per il fratello di tre anni più grande. Fino al momento della fuga definitiva e del vagabondaggio iniziale, perché qualunque posto era più sicuro di casa. Il libro è il punto di arrivo di un lungo percorso di cura di sé, anche attraverso l’analisi, che aiuta a chiamare le cose con il loro nome, a integrare le parti rifiutate, a curare le ferite, anche se le cicatrici restano. A testimoniarlo simbolicamente i visibilissimi tatuaggi su parti estese del corpo. Cambiare nome è un gesto forte: è girare pagina. La predisposizione per i linguaggi artistici - pittura inclusa, come si può cogliere dal suo profilo Instagram e dalla sua prima esposizione - le permettono di dare voce a quella bambina senza voce. Un gesto coraggioso, fatto per la bambina che è stata e per tutti i bambini “segnati”, che emettono le loro richieste d’aiuto come possono: vomitando, somatizzando, parlando con volti e occhi sempre tristi oppure attraverso la ribellione e l’aggressività, in attesa di un adulto che chieda “Come stai? Che succede? Tutto bene a casa?”. Questo più di tutto è mancato all’infanzia di Ema Stokholma: un “villaggio” che avesse a cuore la tristezza dei bambini, qualcuno che sapesse ascoltarne i silenzi, che sapesse vedere oltre la superficie dei cosiddetti comportamenti inappropriati e infine oltre la retorica “che genitori se non si nasce si diventa”. E invece spesso non è vera nessuna delle due.
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