Potrebbe essere il monregalese Enrico Costa il prossimo capogruppo alla Camera di Forza Italia. Ma il condizionale è d’obbligo perché se dal lungo incontro avvenuto ieri dal segretario e vicepremier Antonio Tajani alla corte di Marina e Pier Silvio Berlusconi alla presenza dell’ultranovantenne e braccio destro politico di Silvio Berlusconi, Gianni Letta, sembra non siano arrivate indicazioni precise sul ruolo alla Camera dei deputati, rimane Los collido ei parlamentari.
La nota dell’ufficio stampa di Forza Italia parla di un incontro che “si è svolto in un clima di grande amicizia e cordialità” dove dopo più di quattro ore di discussione è stata “rinnovata la fiducia nel segretario, dove è emersa una visione unitaria e condivisa per il rilancio del movimento nello spirito e con i valori del fondatore”. Sembra comunque che la tensione all’interno di Forza Italia, dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, storica battaglia di Silvio Berlusconi, sia evidente. Un altro cuneese è tra i protagonisti delle vicende nazionali i Forza Italia ed è il presidente della Regione nonché vice presidente del partito, Alberto Cirio, che proprio nella fase congressuale potrebbe soffiare il posto a Tajani, sembra con il placet proprio della famiglia Berlusconi, che vuole una scossa e un cambiamento.
Ma è proprio la fase congressuale che forse si allontana.
La nomina del capogruppo non dovrebbe invece slittare, per la sostituzione, dopo Gasparri al Senato, anche di Paolo Barelli alla Camera, fedelissimo di Tajani ma caduto in disgrazia doppio voto referendario. Costa è un’idea di Tajani, che contrasta invece il nome che vorrebbero i Berlusconi, ovvero l’attuale vice presidente della Camera stessa, Giorgio Mulè.
Ora resta l’ostacolo colleghi parlamentari, molti dei quali non perdonano al monregalese Enrico Costa, di essersi tenuto a galla in questi anni un po’ da una parte e un po’ dall’altra: eletto nel 2006 in Forza Italia pass poi al Nuovo Centrodestra con cui fa il ministro nei governi Renzi e Gentiloni, per poi passare a Noi con l’Italia e poi ad Azione di Carlo Calenda di cui diventa numero due, salvo nel 2024 abbandonare il partito e ritornare in Forza Italia. Quello che contestano i colleghi a Costa è una fedeltà al partito non proprio esemplare. Ma la sua lunga militanza da liberale e soprattutto essere stato tra i protagonisti e relatore di norme, molto discusse, ma che sono tra i capisaldi delle battaglie di Berlusconi sulla giustizia, come il Lodo Alfano, che bloccava i processi giudiziari nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato, poi abrogato dalla Corte Costituzionale, e dopo il “Legittimo impedimento” che prevedeva la sospensione dei processi giudiziari a carico del presidente del consiglio e dei ministri fino al mantenimento della carica elettiva, potrebbero giocare a suo favore. Ma in realtà, con un curriculum così, quello a cui Costa terrebbe di più sarebbe la nomina al Csm, il Consiglio Superiore della Magistratura.




