Si è concluso con l’assoluzione per non aver commesso il fatto il processo carico di B. A., pregiudicato della provincia di Agrigento, accusato di tentata estorsione ai danni di due donne, madre e figlia che gestiscono un rifugio per animali nel cuneese. A febbraio 2023 le due donne avevano ricevuto la richiesta di pagamento di 4.000 euro per il mancato versamento della rata di 150 euro per la rivista “Cinque corpi dello Stato”. Se non avessero pagato sarebbero state denunciate al tribunale di Roma; a telefonare fu un uomo che si presentò come addetto al recupero crediti per conto della rivista. “In passato eravamo state contattate per abbonamenti alle riviste delle forze dell’ordine e la richiesta in sé non mi stupì, era l’entità della somma richiesta a preoccuparmi”, disse in aula una delle due vittime della tentata estorsione. Dopo aver ricevuto la telefonata, la figlia riferì il contenuto della chiamata al compagno che la mise in guardia dal tentativo di truffa e così venne coinvolto un amico che lavora in Guardia di Finanza, il quale consigliò di richiedere una mail con la cifra da pagare in modo da smascherare l’estorsore. Ci fu anche un tentativo di accordo per 800 euro in modo da avere un incontro di persona e fare uscire allo scoperto l’uomo, che però fallì. L’autore delle telefonate, che aveva usato sempre numeri diversi risultati poi intestati a persone ignote, inviò la mail con il numero di conto corrente su cui effettuare il versamento e che risultò essere intestato all’attuale imputato. “La mail ci arrivò proprio mentre uscivamo dalla caserma dove avevamo appena fatto denuncia – ha riferito ancora la persona offesa -. Ricevetti la sua telefonata e gli dissi che non avremmo pagato e che se voleva poteva procedere con la denuncia e anche noi ci saremmo rivolte a un avvocato. Alzò il tono della voce e minacciò di procedere ma da quel giorno non lo abbiamo più sentito”. In aula il pubblico ministero ha ribadito la colpevolezza dell’imputato sostenendo che nessuno avrebbe interesse a chiedere di fare un versamento su un conto a cui non avesse accesso personalmente e per questo motivo aveva chiesto la condanna dell’uomo a due anni e due mesi di reclusione e 1.400 euro di multa. Da parte sua il difensore ha invece sottolineato che il suo assistito in quel periodo era sottoposto a una misura di sorveglianza in Sicilia, mentre le telefonate su cui si era indagato provenivano tutte dalla provincia di Monza. Un elemento di incertezza nell’identificazione del colpevole che ha indotto la giudice a concludere per l’assoluzione dell’uomo.





