Erano intervenuti presso un bar sul piazzale della stazione in seguito alla segnalazione di una lite ma poco dopo il loro arrivo vennero insultati e accusati di essere loro gli aggressori; con l’accusa di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale è stata rinviata a giudizio al tribunale di Cuneo S. A., donna di origine romene che il 31 gennaio 2023 si trovava con la figlia davanti al bar, quando arrivarono gli agenti della Questura. “Vedemmo la donna che si sbracciava sulla carreggiata, mostrava il labbro come per indicare una botta ricevuta ma non si vedeva niente”, ha riferito uno degli agenti intervenuti. A fatica la invitarono a sedersi su una panchina e chiamarono l’ambulanza, perché la donna sbraitava mostrando il fianco sinistro e indicando il bar. Poi la situazione degenerò: “La donna prese il telefono e iniziò a filmarmi accusando me di averla colpita, cercai di allontanarla ma c’era la figlia lì vicino molto spaventata”, ha riferito ancora uno dei due agenti. La donna allora iniziò a spingere la figlia contro l’altro agente accusandolo di averla molestata: “Aveva dato il telefono alla figlia dicendole di filmarci mentre ci accusava; a una certa distanza c’era il compagno della donna che guardava e non interveniva”. All’arrivo dell’ambulanza la donna iniziò a prendere a calci il veicolo continuando a insultare e a strattonare gli agenti: “Eravamo riusciti a calmarla e a farla salire sull’ambulanza ma lei si è liberata in mal modo dalla barella e ha colpito in testa il mio collega con il telefono”, ha riferito uno dei volontari in servizio sull’ambulanza. “Inveiva contro un poliziotto dicendo che era un pedofilo, a me ha preso in testa col telefonino ma non mi ha fatto male” ha riferito l’altro volontario vittima dell’aggressione. Otto mesi di reclusione è stata la richiesta di condanna avanzata dal pubblico ministero per i fatti comprovati dalla presenza dei due volontari del 118 che avevano assistito alla resistenza e agli insulti rivolti agli agenti; il minimo della pena e l’applicazione dei benefici la richiesta della difesa dell’imputata che il giudice ha condannato a quattro mesi e dieci giorni di reclusione.





