La loro amicizia era nata su Facebook e poi era diventata una relazione a distanza con lei che viveva a Verona, dove lavorava come cameriera in un ristorante, e lui a Caraglio. Dall’estate 2023 a marzo 2024 il rapporto però divenne più intenso così come gli eccessi di gelosia dell’uomo (M. M., ora a processo per stalking, maltrattamenti, accesso abusivo a dispositivo informatico e interferenza illecita nella vita privata), atteggiamenti che la donna riferiva alla lontananza e che pensava si sarebbero risolti se lei si fosse trasferita da lui in Piemonte. Le cose invece peggiorarono e la loro convivenza, durata appena due mesi, si concluse con una vera e propria fuga della donna che scappò dalla casa di lui prendendo solo la borsa con documenti, chiavi dell’auto e cellulare. Sarebbe stato proprio il cellulare la fonte della gelosia dell’uomo, convinto che all’interno ci fossero le prove dei tradimenti della donna. Così prima avrebbe scaricato un’applicazione per deviare sul proprio smartphone i messaggi che lei riceveva e controllare così i suoi contatti, per poi arrivare a copiarne tutto il contenuto e poi distruggerlo facendo a pezzi anche la sim. Al suo posto gliene comprò un altro che accoppiò al proprio in modo da poter controllare tutti i contatti e gli spostamenti col gps. Avendo cambiato numero di telefono e cellulare la donna rimase completamente isolata dai vecchi amici e colleghi che avevano invano provato a cercarla dopo il trasferimento di lei. Anche così però l’uomo continuava a manifestare una gelosia patologica verso il passato della sua compagna, continuando a sfogliare le foto e le vecchie chat di lei alla ricerca di fantomatici amanti e tradimenti. In più di un’occasione sarebbe uscito di casa per andare al lavoro levandole le chiavi di casa, dell’auto e il cellulare, aggredendola verbalmente se lei provava a chiedergli il perché di quel gesto. L’ultimo episodio fu quello dei primi di maggio, l’ennesima sfuriata sul contenuto del vecchio cellulare e la fuga di lei il giorno dopo a casa dello zio a Savigliano, l’unico parente che aveva in Piemonte. In aula due colleghi hanno confermato che alcuni campanelli d’allarme sulla eccessiva gelosia di lui erano scattati già prima dell’inizio della convivenza ed entrambi le avevano consigliato di andarci con i piedi di piombo: “Aveva accusato anche me di aver avuto un rapporto sessuale con lei – ha riferito in aula un ex collega – poi mi richiamò scusandosi perché aveva capito che non era vero ma mi accusava comunque di non averlo avvisato degli altri tradimenti; capii che era inutile provare a ragionarci. Lei la rividi qualche mese dopo, era magrissima, stava messa proprio male”. Anche gli zii hanno confermato i racconti della nipote costituita parte civile in giudizio: “Lei mi raccontava dei selfie che si doveva fare con l’orologio dietro quando tornava a casa dal lavoro – ha raccontato la zia – e mi raccontò anche delle liti anche molto accese, degli insulti di lui, del fatto che le controllava il telefono e che poi glielo distrusse. Dopo la lite dei primi di maggio, quando lui la prese per i capelli e la strattonò buttandola a terra, fui io a dirle di allontanarsi subito da quella casa e venire da me”. Anche lo zio, ex collega e amico di lunga data dell’imputato, ha confermato la dinamica che portò la nipote a lasciare il compagno: “Mi parlava degli amanti di mia nipote e provavo a convincerlo che si trattava di relazioni avvenute prima che si mettessero insieme ma non c’era modo di convincerlo. Mi parlò dell’applicazione che aveva installato per controllarle il telefono e poi mi mandò anche la foto del telefono distrutto, gli ho detto più volte che queste cose non poteva farle ma non ci si ragionava”. La coppia ha anche confermato le minacce di morte pronunciate dall’imputato al termine della relazione e dei vestiti di lei riconsegnati tutti strappati e tagliati. L’udienza è stata rinviata al 17 luglio per ascoltare gli ultimi testimoni.





