Negli ultimi mesi la montagna è tornata al centro dell’agenda politica nazionale.
“È un fatto positivo: le terre alte rappresentano una parte essenziale dell’identità e dell’equilibrio del Paese. Preoccupa però il modo in cui questo ritorno sta avvenendo. La nuova legge sulla montagna e i criteri introdotti nei provvedimenti attuativi hanno aperto una discussione che, invece di rafforzare le comunità, rischia di generare incertezza e disorientamento”, commenta il consigliere regionale Mauro Calderoni.
“Si parla di soglie, parametri e classificazioni amministrative, ma si corre il pericolo di smarrire ciò che conta davvero: la vita concreta di chi abita le terre alte. La montagna non è una formula statistica né una semplice quota altimetrica. È distanza, fragilità, maggiori costi di gestione, difficoltà di accesso ai servizi essenziali. È presidio umano e ambientale, è comunità che resistono”.
“La montagna italiana è plurale e complessa: Alpi e Appennini, valli interne, territori di crinale, relazioni profonde tra città, pianura e zone alte. Ridurre questa ricchezza a una classificazione rigida e astratta rischia di svuotare di significato la nozione stessa di “zona montana”. Da queste definizioni dipende l’accesso a risorse fondamentali per lo sviluppo e la coesione. Se la montagna diventa un’etichetta distribuita in modo indistinto, senza distinguere tra fondovalle o persino pianura e terre alte, il rischio è che le risorse si disperdano e vengano sottratte proprio ai Comuni che affrontano spopolamento, isolamento, carenza di servizi e fragilità strutturali”.
“Anche in Piemonte il dibattito si sta ampliando, soprattutto dopo l’ennesima revisione dei criteri di montanità prodotta dalla Conferenza Stato-Regioni, che rischia di togliere fondi a chi vive davvero in montagna per distribuirli anche a territori che non ne condividono le difficoltà”.
“Nonostante le rassicurazioni della giunta Cirio, la preoccupazione di molti sindaci è condivisibile: non si può accettare che criteri distorsivi colpiscano ancora una volta i piccoli comuni delle nostre valli, già penalizzati da anni di tagli e difficoltà. I Comuni montani sono spesso piccoli e amministrativamente deboli; le forme associative faticano a svolgere pienamente il loro ruolo e le governance territoriali restano fragili. Senza istituzioni locali solide e una strategia regionale chiara, anche le risorse aggiuntive rischiano di frammentarsi e di non produrre effetti duraturi”.
L’ex sindaco di Saluzzo conclude così: “La vera sfida non è stabilire chi è “dentro” o “fuori” da una lista, ma garantire diritti uguali e opportunità reali: scuola, sanità, trasporti, lavoro, accesso ai servizi, futuro per i giovani. È su questo terreno che si misura la credibilità delle politiche pubbliche. Serve un cambio di paradigma: meno classificazioni burocratiche e più visione territoriale, meno competizione e più cooperazione tra sistemi locali. In montagna, certo, ma non solo”.





