Per riuscire a farla uscire di casa da sola, i Carabinieri la convocarono in caserma con la scusa di una notifica ma insieme a lei si presentò anche il marito con le due bambine: “Non voleva lasciarla nemmeno nella stanza con noi perché non si fidava”, aveva riferito in aula il maresciallo Salvatore Frisenda che condusse le indagini su quella famiglia che in Comune nessuno conosceva e che si era trasferita lì da poco. I militari avevano ricevuto la denuncia di sequestro dal padre della donna che era riuscito a ottenere l’indicazione del luogo dove si trovavano grazie all’altro figlio che aprì un falso profilo Facebook, di donna, per indurre l’uomo a parlare di sé e a rivelare la sua residenza. I due si erano messi insieme nel 2016 e da allora, fino a settembre 2022, momento della denuncia e del trasferimento della donna e delle bambine in una casa protetta, i rapporti con la famiglia di lei erano stati ostacolati in tuti i modi, fino al punto di nasconderla nel bagagliaio dell’auto per impedirle di incontrare il padre quando era incinta di otto mesi. Dalla Calabria l’uomo l’aveva portata in Germania, poi in Lombardia e infine in Piemonte; uno stato di vera e propria segregazione per la donna che per cinque anni perse ogni libertà di movimento e subì pesanti maltrattamenti. “Quando lui usciva per andare a lavorare infilava degli stuzzicadenti negli infissi delle porte finestre per vedere se lei usciva in balcone”, aveva riferito il fratello in udienza, quando la sorella, una volta entrata nella casa rifugio e ristabiliti i contatti con i familiari aveva raccontato in che condizioni aveva vissuto in quegli anni. “Mi aveva detto di stare lontana da mia figlia altrimenti avrebbe ucciso sia lei sia me”, aveva aggiunto la madre della vittima ai giudici del collegio. Quando il proprietario della casa che la coppia aveva preso in affitto rientrò in possesso dell’appartamento, notò che oltre alle due serrature di sicurezza della porta d’ingresso c’era un ulteriore chiavistello che lui non aveva messo. “Come in un carcere”, aveva detto in aula il maresciallo Frisenda che aveva anche illustrato lo stratagemma utilizzato per attirare la donna in caserma e fornirle il supporto per la denuncia. “Convincemmo l’uomo a stare fuori con le figlie mentre noi parlavamo con la moglie ma lui continuava a suonare il campanello per entrare. Nel frattempo avevamo allertato il centro antiviolenza e quando la donna firmò il verbale di denuncia prendemmo lei e le bambine e le trasferimmo subito nella casa protetta. Lui diede in escandescenze quando gli spiegammo cosa sarebbe accaduto”.
In tribunale è stata anche ascoltata la psichiatra che aveva seguito le due bambine durante la loro permanenza nella casa protetta; la dottoressa ha parlato dello stato di irrequietezza e di disagio mostrato dalle due piccole all’idea di rivedere il padre “perché lui aveva fatto del male alla mamma. Non sono mai scesa nel dettaglio di questa violenza assistita ma nei quattro incontri avuti con il padre, disse che la moglie aveva dei disturbi e si picchiava da sola”. La donna nel frattempo ha preso la patente e trovato un lavoro “poi si è trasferita in un appartamento con le figlie e si è iscritta all’università”, ha detto l’assistente sociale che aveva preso in carico madre e figlie. L’udienza è stata rinviata al 10 giugno per gli ulteriori testimoni.





