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Mercoledì 11 febbraio 2026

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La collina di Saluzzo tra vigne storiche, frutteti e dimore signorili

Il vino veniva esportato in Queyras in barili a dorso di mulo, attraverso il Buco di Viso. La collina divenne poi meta di villeggiatura estiva per i nobili

La Guida - La collina di Saluzzo tra vigne storiche, frutteti e dimore signorili

OOltre ai molti capolavori artistici di epoca medievale, rinascimentale e barocca che arricchiscono il nucleo storico della città di Saluzzo, per gli amanti dell’attività fisica all’aria aperta c’è anche la possibilità di immergersi in un paesaggio naturale verdeggiante ad appena pochi passi dall’abitato. A livello naturale, infatti, la storica capitale del marchesato sorge arroccata su un promontorio collinare che, fin dal medioevo, ha reso quel luogo perfetto per la costruzione di castelli e bastioni difensivi. Dal punto di vista geologico si tratta di una propaggine del versante orografico di destra della valle Po: anziché arrestarsi all’altezza di Revello, come nel caso del versante di sinistra, le alture proseguono infatti in aperta pianura per altri 5 chilometri, fino a raggiungere un punto di intersezione con la vallata del torrente Bronda. Agli occhi di un militare, la collina di Saluzzo rappresenta quindi una posizione strategica, che consente di stabilire un nucleo facile da difendere e, al contempo, dominare l’intera pianura antistante, nonché l’imbocco della vicina Valle Varaita.

Per tutti coloro che amano le escursioni e i paesaggi naturali, invece, la collina saluzzese è un prezioso scenario dove le coltivazioni tradizionali si fondono con la natura in un suggestivo equilibrio, tra prati, boschi, vigneti e frutteti. La coltivazione della vite in queste terre ha origini antiche, forse addirittura risalenti all’epoca romana. La scelta era dettata dalla conformazione del suolo, oltre che dall’impossibilità di irrigare i terreni a causa della mancanza di corsi d’acqua e dalla presenza di una marcata componente argillosa. Già nel Duecento, al termine della burrascosa stagione politica dell’alto medioevo, alcune fonti scritte testimoniano la presenza di numerose “vineae” impiantate “ad nebiolum”.  È però soltanto nel secolo successivo che si decide di migliorare la coltivazione della vite con l’introduzione di un tutore costituito da due pali di castagno a forma di “T”, che consente ai rami della vite di crescere in orizzontale, sollevati da terra. Prendono forma i caratteristici filari carichi di grappoli d’uva, intervallati tra loro da coltivazioni di cereali. Nelle zone più vicine alla pianura scompare così gradualmente il modello spontaneo della “vinea”, rimpiazzato da quello, assai più razionale, dell’alteno.

Intorno alla metà del Quattrocento, il successo di quella coltivazione indusse il marchese di Saluzzo Ludovico II a intraprendere le prime esportazioni del vino prodotto sulle pendici della collina: numerosi barili da 42 litri vennero trasportati dai muli attraverso il Buco di Viso fino alle vallate del Queyras, per poi fare ritorno colmi di sale. Il pregio dei vini saluzzesi venne molto apprezzato dalla nobiltà dell’epoca: papa Giulio II della Rovere, ad esempio, ne era un grande estimatore, ed solito riceverne in dono trenta bottiglie ogni anno dalla nobile Margherita di Foix, vedova del marchese Ludovico II. Per garantire sostentamento alle famiglie contadine che vivevano della collina, inoltre, venivano anche coltivati numerosi alberi da frutta, naturalmente diffusi nella vegetazione locale insieme al noce e al castagno: molte porzioni di terreno vengono così occupate da filari di ciliegi, pruni, meli, peschi, peri e fichi.

Nel 1635, Francesco Agostino Della Chiesa scrive che “nelle vigne di Saluzzo, in quelle di Costigliole e della valle di Bronda con facilità si conservano gli olivi e le mandorle, e si raccolgono ogni sorta di peri, pomi, codogni, pesche, albicocchi, noci, avellane, a talché in molte parti d’Italia e della Francia hanno dal Piemonte trasportato alberi per piantare ne’ giardini. Insomma: è grande la felicità dell’aria delle colline che sono intorno a Saluzzo”. L’alternanza paesaggistica tra alteni e frutteti si è conservata attraverso i secoli fino agli anni Sessanta, quando con l’avvento della meccanizzazione agricola tutto il Saluzzese venne convertito alla frutticoltura. La tradizione vinicola, tuttavia, è sopravvissuta fino ad oggi, consegnandoci prestigiose etichette di vino come il Pelaverga di Saluzzo e il Quagliano costigliolese. A partire dalla fine del Seicento, inoltre, la collina divenne anche meta di villeggiatura estiva per le famiglie nobili e dell’alta borghesia cittadina: tuttora in questa zona si possono ammirare numerosi palazzi signorili, circondati da ampi giardini.

Tra questi occupa un ruolo di primo piano la Villa San Lorenzo, edificata nel Settecento dai conti Reyneri di Lagnasco: nel 1868 la dimora venne poi venduta all’orfanotrofio femminile di Saluzzo, che per oltre un secolo si è occupato di accogliere le bambine e le adolescenti rimaste prive dei genitori, nonché le neonate abbandonate di fronte alle chiese. Nel 1983, la villa è stata poi acquistata dalla compianta suor Elvira Petrozzi, che ne ha fatto la sede della Comunità Cenacolo, un luogo di aiuto e assistenza per gli adolescenti in lotta contro le tossicodipendenze.

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