
«Due settimane prima della festa della Natività, Francesco chiamò l’amico Giovanni e gli disse: “Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, prepara quanto ti dico: vorrei fare memoria del bambino nato a Betlemme e vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asino”. L’amico andò ad approntare nel luogo designato tutto l’occorrente» (Tommaso da Celano, Fonti francescane).
Grazie a san Francesco abbiamo l’‘invenzione’ del presepe (1223). Secondo il biografo del Santo, è un presepe ‘vivente’ che non rappresenta tanto la scena della nascita, quanto l’Adorazione del Bimbo Divino. Francesco dispone gli elementi della scena della nascita di Gesù (la greppia, il fieno, il bue e l’asino), ma non ci sono i protagonisti (Maria, Giuseppe, il bambino e gli angeli). Egli vuole «vedere con gli occhi del corpo», ma fa preparare una scena in cui si mostrino «i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato». Il ‘suo’ presepe è come il sepolcro vuoto della risurrezione, è il segno di un’assenza, che va contemplata con gli occhi della fede. Gli occhi del corpo vedono i segni della povertà di Betlemme, lo sguardo della fede contempla il Re celeste che si fa bambino! Il ‘presepe’ di Francesco è un ‘cercare per trovare’ qualcosa che s’è perso perché non si vede subito: è questione di sguardo! Si vede la povertà della greppia, la fragilità della paglia, la compagnia del bue e dell’asino, perché lo sguardo credente contempli il «mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28).
Da quel momento in poi nell’arte le scene della Natività diventano Adorazioni del Bimbo divino. Si vede un infante nudo e fragile, ma si adora il Dio fatto bambino.
Continua il Celano: «E giunge il giorno della letizia! Frati, uomini e donne arrivano festanti dai casolari portando fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello… Greccio è divenuto come una nuova Betlemme».
Gli occhi di Francesco hanno ‘creato’ il presepe, perché nella greppia vuota hanno ‘ritrovato’ Maria, Giuseppe e Gesù bambino. Francesco non li vede, ma li contempla con la meraviglia dei presenti.
Alla fine l’‘invenzione’ del presepe di Francesco riserva una sorpresa. Il presepe di Greccio non rimane vuoto come una greppia senza personaggi, ma rende visibile la Presenza per eccellenza, quella del sacramento dell’Eucaristia. Così termina il racconto del Celano: «Il Santo è estatico di fronte al presepio. Poi il sacerdote celebra l’Eucaristia sul presepio. Francesco canta il santo Vangelo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme». Nel volto del piccolo infante si rivela Dio che si fa bambino. Dio ci arricchisce con la sua povertà, sotto i veli del pane spezzato e del calice condiviso: è l’Eucaristia di Gesù che Francesco ha celebrato a Greccio nel Natale di poco più di ottocento anni fa.





