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Sabato 17 novembre 2018

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Visto con voi: “Tango Glaciale Reloaded” e “Du désir d’horizons”

Al festival “TorinoDanza”, il riallestimento dello storico spettacolo di Martone (con la fossanese Giulia Odetto) e l’Africa tormentata di Salia Sanou

Un anno dopo la nascita di MTV, nel 1981 iniziava su Rai Uno (condotto da Carlo Massarini) “Mister Fantasy”, il primo rotocalco dedicato ai videoclip, che in quegli anni divennero una forma espressiva ineludibile per chi produceva musica. Oggi molti filmati d’allora appaiono quasi infantili e naïf, ma sarebbe assurdo non tener conto dell’eccezionale sperimentazione formale e linguistica che spesso li caratterizzava.

Nello stesso periodo alcuni precoci studenti del Liceo Umberto di Napoli crearono un gruppo (teatrale in senso lato) che ad un certo punto battezzarono Falso Movimento, omaggiando l’omonimo film di Wim Wenders. Diventati un fulcro della sperimentazione partenopea, nel 1982 produssero uno spettacolo, povero ma innovativo, che divenne famosissimo: “Tango Glaciale”. Diretto da un Mario Martone allora appena 22enne, era un ibrido tra teatro, danza, pittura, radio, tv, fumetto, fotografia ed immagini elettroniche. Il tutto ritmato da una notevole colonna sonora all’insegna della new wave, che includeva brani originali dei Bisca e gemme indie di allora come la splendida “This Is The Ice Age” dei Martha & The Muffins o “Telephone and Rubber Band” della Penguin Cafe Orchestra.

Tre attori/performer interagivano con le proiezioni che li conducevano negli ambienti in continua evoluzione di una casa dall’aria quasi fantascientifica, in un gioco tanto colorato e divertente quanto inquietante e surreale.

La fossanese Giulia Odetto

Analogamente alla “Retromania” (copyright: Simon Reynolds) che porta molte band a riunirsi per suonare dal vivo un album importante del passato, Mario Martone ha deciso quest’anno di ricostruire lo spettacolo di allora con tre giovani, brillanti e infaticabili: Jozef Gjura, Filippo Porro e la fossanese Giulia Odetto (neo-diplomata alla scuola dello Stabile di Torino). Visto a “TorinoDanza” (“Tango Glaciale Reloaded”, Fonderie Limone, Moncalieri, 18-19 ottobre), creava un effetto straniante: una grande ammirazione per la ricerca espressiva che riportava alla luce e allo stesso tempo l’ineludibile sensazione di esser di fronte ad un lavoro diventato troppo presto obsoleto.

Atmosfere, stile e approccio alla danza totalmente differenti caratterizzavano, invece, “Du désir d’horizons”della compagnia Mouvements Perpétuels di Salia Sanou, che “TorinoDanza” ha presentato con grande successo la settimana dopo (25-26 ottobre), sempre alle bellissime Fonderie Limone di Moncalieri.

Residente in Francia (il suo gruppo ha sede a Montpellier), l’acclamato coreografo ha creato questo spettacolo dopo due laboratori di danza tenuti tra il 2013 e il 2014 in due campi profughi: uno in Burundi e uno (Sag-Nioniogo) nel suo Paese d’origine, il Burkina Faso, dove vivevano migliaia di persone in fuga dal Mali in preda alla guerra civile. Il risultato, impressionante per la sua energia e per la sua originalità, parla ovviamente di conflitti e frontiere, esilio e sradicamento, migrazioni e solitudine, sopraffazione e collaborazione, perdita di identità e ricostruzione di sé stessi tra paure e speranze, angosce e attese, nonostante la precarietà. Lo fa però in un modo potente e mai banalmente didascalico o documentaristico, proprio perché – come ha dichiarato Sanou – il lavoro vuole «esplorare le memorie individuali e collettive delle tragedie contemporanee» ma anche l’«esilio interiore che ciascuno di noi si porta dentro, come un frammento permanente di forza, lotta e desiderio».

Otto ballerini (di cui due sono davvero rifugiati) si muovono in uno spazio vuoto, a parte alcune pile di brande inizialmente accatastate con cui poi suggeriscono, di volta in volta, la promiscuità dei campi profughi o barriere che ostacolano o nascondono i movimenti. Al centro dello spettacolo, infatti, ci sono i loro corpi con gesti ed azioni che appaiono eleganti nella loro irregolarità sudata e indicano sempre un’urgenza espressiva personale e/o collettiva.

Una danza viscerale che può avere luogo nel silenzio o seguendo la musica di Amine Bouhafa(che alterna sonorità classiche con archi e pianoforte a ritmi africani) o ancora le parole recitate (da una voce fuori campo) tratte da “Limbes/Limbo”, libro sperimentale della canadese Nancy Huston, dedicato a Samuel Beckett e all’assurda terra di nessuno in cui si possono muovere le nostre fragili e fluide identità.

Uno spettacolo che non vuole, però, mai rinunciare al desiderio di rinascita, che Sanou – tra l’altro – sente più forte nelle donne che negli uomini, spesso più rassegnati. Una speranza di normalità che nello spettacolo si mostra anche con un gioioso sirtaki e soprattutto con l’apparizione in scena di quei motorini (le “mobylettes”) usatissimi in Africa come mezzo di locomozione, protagonisti qui di un’esplosione di gioia, difficilmente dimenticabile.

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