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Giovedì 24 maggio 2018

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Visto con voi: “Le prénom” e “Coriolano”

Al Toselli una formidabile versione (firmata Paravidino) della celebre commedia francese e uno Shakespeare trasformato in dibattito politico

Una scena della commedia francese "Le prénom", portata in scena dallo Stabile di Genova. Un uomo e una donna stanno parlando seduti sul divano, con un'aria interdetta. Li guardano divertiti altri due amici

Avete fatto davvero male, se vi siete persi al Teatro Toselli “Le prénom” solo perché avevate già visto uno dei due film tratti da questa nota commedia di Matthieu Delaporte et Alexandre de la Patellière (il francese “Cena tra amici” e l’italiano “Il nome del figlio” di Francesca Archibugi con Alessandro Gassmann e Valeria Golino). La storia è effettivamente piuttosto conosciuta: in una cena tra amici, appunto, uno di loro – per scherzo – dice che chiamerà il proprio figlio nascituro Adolphe (Benito nella versione nostrana), scatenando dapprima l’indignazione del cognato di sinistra e trasformando poi la serata in un vero e proprio “gioco al massacro”, in cui tutti finiscono per rivelare quel che pensano degli altri senza più remore e pudori. Ebbene, nonostante il rischio di “déjà vu”, lo spettacolo era davvero formidabile. Presentato dallo Stabile di Genova, basato su un adattamento curato niente meno che da Fausto Paravidino (che ha lavorato sui personaggi conoscendo benissimo chi li avrebbe interpretati) e diretto da Antonio Zavatteri, l’allestimento (arrivato a Cuneo il 21 gennaio) aveva la sua forza in un quintetto di attori particolarmente energico, coeso e credibile. Grazie, infatti, ai bravissimi Alessia Giuliani, Alberto Giusta, Davide Lorino, Aldo Ottobrino e Gisella Szaniszlò, il divertimento è stato continuo, senza mai cali di energia, ritmo e credibilità e ciò, appunto, nonostante la prevedibilità del meccanismo narrativo, conosciuto da molti degli entusiasti presenti.
Tra le opere meno conosciute di Shakespeare, il “Coriolano” proposto dagli emiliani MaMiMò al Toselli il 14 gennaio era invece interessante non tanto per gli attori (efficaci ma non bravissimi) ma per il notevole lavoro drammaturgico del regista Marco Plini. Ispirato dal carattere politico del dramma, ha giocato sui linguaggi espressivi, sull’interazione con il pubblico e sui rimandi all’attualità in modo particolarmente intrigante. Bravo!

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