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Martedì 16 ottobre 2018

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“Sogno d’autunno” di Valerio Binasco

La Guida - “Sogno d’autunno” di Valerio Binasco

Considerato da molti il Samuel Beckett del XXI secolo per l’essenzialità, la ripetitività e la frammentarietà dei dialoghi delle sue opere, il norvegese Jon Fosse sta diventando uno dei drammaturghi più celebrati, tradotti e messi in scena, nonostante il fatto che scriva in nynorsk (il neonorvegese usato solo dal 15% della popolazione del suo Paese). La complessità delle tematiche affrontate spingono, invece, a collegarlo ad altri artisti e scrittori scandinavi che in passato hanno scandagliato in modo emblematico la malinconia, la solitudine, il dolore e l’angoscia: da Kierkegaard a Ibsen e Strindberg, da Dreyer e Ingmar Bergman a Munch e Hammershøi.Se Fosse è ormai un nome piuttosto conosciuto anche in Italia, il merito va soprattutto  a due registi: prima Valter Malosti, la cui messinscena di “Inverno” nel 2004 ha vinto il premio Ubu per il miglior testo straniero, e poi Valerio Binasco, che dello scrittore nato nel 1959 ha già allestito ben cinque opere, ovvero “Qualcuno arriverà” (2006), “E la notte canta” (2008), “Giorno d’estate” (2008), “Sonno” (2010) e ora anche “Sogno d’autunno”, che ha debuttato il 28 febbraio al Teatro Carignano di Torino.Un testo pubblicato nel 1999, che in Italia s’era già visto qualche anno fa sia nell’edizione di Alessandro Machia, sia (al Piccolo di Milano) nel celebrato allestimento con Pascal Greggory e Valeria Bruni Tedeschi, che Patrice Chéreau originariamente aveva presentato nelle sale del Louvre, di notte.A differenza del compianto regista francese, Binasco ha riportato “Sogno d’autunno” nel cimitero previsto da Fosse. E’ lì che s’incontrano un Uomo e una Donna (così li indica l’autore), non è chiaro se in modo casuale oppure no. Hanno avuto una relazione in passato, ma ora lui è sposato, ha una vita senza sorprese, mentre lei è sola, tormentata e insoddisfatta. Il ritrovarsi riporta in superficie possibilità accantonate, l’idea di un percorso diverso da dare alle proprie esistenze. Già in questa prima parte il testo presenta volute incongruenze e salti logici, per poi subire salti temporali e irruzioni surreali. Alla coppia si affiancano i genitori di lui, che disapprovano (soprattutto la madre) il nuovo matrimonio nel frattempo celebrato, e la prima moglie, ovviamente piena di risentimento e recriminazioni: una riunione di famiglia conflittuale e sgradevole, che si svolge nello stesso cimitero in occasione del funerale della nonna. Tutto quel che avviene è, però, avvolto da un’atmosfera onirica (come d’altronde suggerisce il titolo della pièce) e finisce per prendere la forma di una corsa verso un destino già predeterminato. Fino alla scena conclusiva dove tutti i personaggi maschili (persino il figlio di fatto abbandonato dall’Uomo per sposare la Donna) sono morti e restano in vita (e in scena) solo le tre donne, novelle Parche, che s’apprestano a partecipare al funerale dell’Uomo probabilmente già morto (o in procinto di morire) fin dall’inizio. Un po’ come nei film “Il sesto senso” di M. Night Shyamalan e “The Others” di Alejandro Amenábar, i cui protagonisti scoprono solamente alla fine di non essere più in vita.Binasco realizza in modo eccellente l’intreccio di grottesco e metafisico, surreale ed escatologico, Eros e Morte costruito da Fosse, aiutandosi sia con le belle scenografie di Carlo De Marino (che prevedono l’irruzione visionaria di una cucina piccolo-borghese in uno strano cimitero, dove le lapidi sono sedie e i lumini fanno da segnaposto) e con le musiche suggestive e i rumori naturali di Arturo Annecchino. Un contributo determinante naturalmente lo dà il quintetto degli attori: se la Donna interpretata da Giovanna Mezzogiorno crea delle perplessità, tutta giocata com’è su particolari e sfumature che si perdono a teatro (e che invece sarebbero valorizzate dai primi piani del cinema o della tv), in compenso è interessante l’inusuale tono pacato usato da Michele Di Mauro per il suo Uomo. Efficaci sono i toni enfatici della Moglie di Teresa Saponangelo e il fare distratto e evanescente del Padre di Nicola Pannelli. Assolutamente strepitosa, infine, la Madre di Milvia Marigliano, divertente e irrefrenabile, deliziosamente sopra le righe, il centro ideale di questo viaggio verso l’Aldilà pieno di fantasmi e passioni ormai concluse.L’uso del brano “Hells Bells” degli AC/DC per gli applausi è stata una ciliegina ironica su un torta già di per sé riuscita. Lo spettacolo va in scena al Carignano di Torino fino a domenica 12 marzo. Il consiglio è di non perderlo.© PHOTO: Bepi Caroli

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