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Martedì 22 maggio 2018

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Opere di Albino Galvano in mostra

La Guida - Opere di Albino Galvano in mostra

Borgo San Dalmazzo – Sabato 4 marzo 2017, alle ore 17.30, presso Art Gallery La Luna, via Roma 92, Borgo San Dalmazzo, verrà inaugurata la mostra “Albino Galvano, un genio eclettico”. La mostra è curata da Maria Teresa Barolo, con l’organizzazione di Art Gallery La Luna. Resterà aperta dal 4 marzo al 2 aprile 2017 con i seguenti orari: sabato dalle 10,30 alle 13,00 e dalle 16,00 alle 19,00; domenica dalle 10,30 alle 12,30. Si tratta del terzo appuntamento della rassegna provinciale “GrandArte 2016/2017 – identità perdute”. In occasione della mostra si terrà un incontro venerdì 17 marzo 2017, alle ore 21, presso la Biblioteca Civica A. Frank di Borgo San Dalmazzo, Via Boves 4, sul tema “Albino Galvano: un piemontese aperto alle arti e alle culture del mondo, presentazione di Cristina Mazzariello e Silvio Rosso, Proiezione video Paolo Balmas Albino Galvano, Torino, 1907 – 1990, è pittore, critico, storico d’arte, filosofo, amante della psicoanalisi e interessato alle avanguardie. Frequenta il Liceo Classico M. D’Azeglio di Torino ove ha avuto come compagno di studi e di banco Giulio Carlo Argan. Allievo di Felice Casorati tra il 1928 e il 1931, si laurea presso la Facoltà di Magistero di Torino con una tesi su: “La pedagogia della religione”. Dopo essere stato assistente di Enrico Paulucci all’Accademia Albertina di Torino diventa professore di Filosofia e Storia. Nel 1945 è tra i fondatori dell’Unione Culturale di Torino. Nel 1950 è promotore della sezione torinese del MAC (Movimento Arte Concreta) insieme ad Annibale Biglione, Carol Rama, Paola Levi Montalcini, Adriano Parisot e Filippo Scroppo. In quegli anni diviene animatore e protagonista del risveglio artistico della Torino del dopoguerra, segnando dei punti fermi nell’arte contemporanea. Partecipa alla Biennale di Venezia negli anni 1930, 1936, 1948, 1950, 1952, 1956, alla Quadriennale di Roma nel 1931, 1935, 1948, 1965 e inoltre a numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Galvano, scrive Maria Teresa Barolo nella presentazione alla mostra,  “appare in vecchie foto con artisti e galleristi accanto a quadri suoi e d’altri, Galvano, l’eterna sigaretta fra le dita, senza sorridere, aspetto raffinato e sobrio, un velo di malinconia gettato sulle spalle, con noncuranza, come un mantello antico. Un po’ defilato e schivo sempre, concentrato in realtà sui suoi disparati e confluenti interessi. Pittore, critico militante e storico dell’arte, filosofo, professore di liceo e d’accademia, scrittore capace di far convergere in modo originale tutti gli aspetti che davano forma alla sua ricerca, fu personaggio noto e rispettata autorità in campo artistico, e non solo nella natia Torino, quando ferveva il dibattito sulle seconde avanguardie artistiche, nel dopoguerra. Una vita piena, più volte attraversata da un destino di frequentazioni eccellenti ed emblematiche: da Casorati, suo primo maestro, ad Argan, compagno di banco al liceo e di scorribande intellettuali, da Paulucci, di cui fu assistente in Accademia Albertina, a Sanguineti, suo allievo, per storia e filosofia, al D’Azeglio di Torino. Riscoprire oggi un artista come Albino Galvano è ritrovare un mondo che ci sembra perduto per sempre, anche se si tratta in definitiva dell’altro ieri, quando un pittore poteva essere, insieme, artista puro e critico severo di se stesso e del suo tempo, usando tutta la gamma della percezione che siamo soliti definire artistica, dalla conoscenza storica alla militanza critica, al fare arte in prima persona.Le tappe principali della sua attività, documentate in mostra, possono riassumersi entro i contorni di un’avventura condivisa nei territori della non-figurazione, dai geometrismi del MAC (Movimento Arte Concreta), compagno di Scroppo, Biglione, Parisot, alla scelta informale promossa da Tapié, Francia e America a Torino, insieme a Gallizio, primo sperimentatore di Pollock. E tuttavia Galvano, restio ad uniformarsi, avrebbe mantenuto sempre una linea di condotta individuale, aggiornata e vigile, non esente da contaminazioni di natura psicologica, metafisica, antropologica. Più volte presente alla Biennale di Venezia (nel ’56 chiamato da Argan, subito dopo da Ragghianti a Firenze), le forme evolvono in organiche, sviluppano grafismi incerti, sporcate da tracce figurali e psichismi, ora delicate, ora erompenti come atti vandalici. Dopo la parentesi dei nastri, negli anni intorno al ’68, un ripensare, un rivedere il proprio percorso, chiuso negli anni ’80 su un figurativo calcinato e dolente: isole, ciottoli e sassi, vegetali. Presenza critica attenta, appassionata, fino alla fine, a Torino, nel 1990.”

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