Quando parliamo di Cenerentola, è difficile toglierci dalla mente le immagini del film di Walt Disney del 1950 che ha come fissato in modo indelebile certi momenti della storia: la zucca che si trasforma in carrozza (e viceversa) ad opera della Fata Smemorina, il ballo a corte e la leggendaria scarpina di cristallo in cui non entrano neanche a forza i piedi delle sorellastre ma viene calzata invece perfettamente dalla presto non più povera Cenerentola. In realtà, di versioni della fiaba ce ne sono molte, alcune davvero antichissime come quella cinese del IX secolo, dove la nostra eroina si chiama Ye Xian, ma anche lei ha piedi piccolissimi, segno di distinzione, come si sa, nel Celeste Impero. Il nome e la storia di Cenerentola appaiono poi ne “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, ne “I racconti di Mamma Oca” di Perrault e ovviamente tra le “Fiabe” dei Fratelli Grimm. E’ però soprattutto all’autore francese che si ispirò Jacopo Ferretti, quando nel 1816 scrisse il libretto “La Cenerentola, ossia La bontà in trionfo” per Gioacchino Rossini, che di lì a poco, in sole tre settimane, ne avrebbe tratto l’omonima opera lirica, che debuttò al Teatro Valle di Roma il 25 gennaio 1817. Senza magia, senza fate (al posto c’è Alidoro, il precettore del principe), senza trasformazioni di topi in valletti e soprattutto senza scarpine di cristallo, sostituite qui da un braccialetto.Proprio in questi giorni e ancora per pochissimo, al Teatro Regio di Torino va in scena una bella produzione de “La Cenerentola”, curata da Alessandro Talevi, inizialmente per la svedese Malmö Opera nel 2009. Il giovane e talentuoso regista italo-sudafricano ha ambientato la storia nell’Italia degli anni ’50, quando la rinascita dopo la seconda guerra mondiale s’intrecciava per molti con il sogno del cinema e soprattutto di quella che era la Hollywood italiana, Cinecittà. La famiglia disfunzionale di Cenerentola vive in una casa che sembra uscita da un film neorealista, dove il patrigno in canottiera, don Magnifico, ha occhi solo per le figlie Tisbe e Clorinda, che passano il tempo a prepararsi per continui e inutili provini cinematografici, sognando il “colpo di fortuna”. Un po’ come oggigiorno capita, come ricorda lo stesso Talevi nel programma di sala, a tanti giovani che effettuano selezioni per partecipare ai vari talent show (“Masterchef”, “X-Factor”, “Grande Fratello”). Alidoro qua, infatti, diventa un regista che, nel formare il cast per un nuovo film, vede in quella specie di casalinga disperata che è Cenerentola quel non so che speciale che sta cercando. Di lì tutto prenderà una piega per così dire cinematografica fino alla conclusione con Cenerentola che canta “Non più mesta”, brandendo l’Oscar (che, tra l’altro, in quegli stessi anni fu veramente vinto da due italiane di origini umili: Anna Magnani e Sophia Loren).Perplessi? Complici le belle scenografie e gli azzeccati costumi di Madeleine Boyd e le luci di Matt Haskins, tutto funziona a meraviglia e non ci si sorprende quindi di trovare Cenerentola tra le comparse di film in costume negli studi di Cinecittà. Un’ambientazione che per pura coincidenza è simile a quello del film “Ave, Cesare!” dei fratelli Coen in questi giorni al cinema.L’orchestra del Regio è guidata con efficacia dalla sempre più apprezzata Speranza Scappucci, ma è il cast a rendere il tutto particolarmente godibile:a partire da Chiara Amarù, una notevole Cenerentola, e da Carlo Lepore, un energetico e scoppiettante Don Magnifico, per non parlare del trio composto da Antonino Siragusa (il principe Don Ramiro), il bravissimo Paolo Bordogna (il divertentissimo cameriere Dandini) e Roberto Tagliavini (il precettore Alidoro). Insomma, un grande spettacolo.Ultime repliche: 22 marzo (ore 15), 23 marzo (ore 20) e 24 marzo (ore 20). Informazioni: www.teatroregio.torino.it.





