“Ti amo alla FOLLIA”. “SENZA DI TE muoio/impazzisco/la vita non ha senso”. “Sei mia/mio”. “L’ho conquistata”. “Ha ceduto”. Suonano come banalità? Eppure sono le frasi di un discorso amoroso che resiste sia al passare del tempo sia (e questo è ancora più strano) alla propria inefficacia rispetto allo scoprire che cosa sia l’amore. Si tratta di formule che esprimono il desiderio di portare dentro di sé l’oggetto amato, come un possesso, catturandolo oppure sottolineando il bisogno di condividere un’incompletezza (un po’ tipo “zoppo cerca zoppa per non sentirsi menomato”). E così, a partire dalle parole che usiamo (e che insegniamo a chi è giovane e ci ascolta), l’amore non appare come incontro tra due interi ma come unione tra due metà (quindi incomplete e insufficienti). L’amore tra due interi non viene mai “parlato”, proprio nel senso che sembra non esistere un linguaggio per “dirlo”. Le persone non sanno che esiste perché non lo hanno sentito dire… Dunque, invece di “zoppa cerca zoppo per non sentirsi menomata” sarebbe meglio se lo “zoppo”, grazie alla sua lentezza dovuta a un handicap in realtà solo apparente, stesse accanto alla “sana” per insegnarle a non correre vanamente. Come la “cieca” potrebbe mostrare al “vedente” quanto gli occhi ingannino. Ma per tutto questo serve sentirsi “interi”. E per sentirsi “interi” prima bisogna essersi “trovati” e per essersi trovati bisogna prima essersi “cercati”. Solo quando so chi sono, posso portare l’intero di ciò che sono in un incontro che non implichi compensazioni a mancanze. Se io sono metà e divento completo solo con te, allora tu ti potrai “spostare da me” solo quando io te ne darò il permesso, perché se tu te ne vai, TU mi lasci incompleto e sarà “colpa TUA”. Se io sono a metà e quindi incompleto, non ti darò mai volentieri qualcosa di me, perché sarà una sottrazione di qualcosa da un me già scarso. Ma tutto questo è difficile perché, durante il viaggio alla scoperta dell’amore, l’eroe (ciascuno di noi) è solo, alle prese con se stesso, con peripezie, fantasmi, mostri e deve fare fatiche indicibili … Può quindi risultare più comodo dire “TU MI FAI sentire” male/bene/meglio/peggio/amato/disprezzato piuttosto che dire “con te MI sento…”. E la differenza tra le due opzioni è enorme, apre a mondi completamente diversi. Non abbiamo voglia di fare fatica, tutto qui, partendo da noi, dalla trasformazione che “ci tocca” e che è presupposto ineludibile per ogni autentico incontro d’amore. E poi in realtà finiamo di farne molta di più (di fatica) e inutilmente. Amare è chiedere “ma TU cosa vedi?”. È interessarsi alle emozioni dell’altro, per comprenderle e sentirle, e non solo alle proprie. L’altro inoltre è sempre uno specchio per me stesso. Se la mia immagine riflessa in lui mi parla di una sola metà di me, è perché non mi sono ancora trovato appieno e non perché l’altro che mi fa da specchio mi è ostile. A volte rompiamo lo specchio per far sparire la nostra parte mancante ma la soluzione non passa di lì. Le parole dunque sono importanti: chi parla male pensa male e agisce peggio. Serve un nuovo linguaggio per cercarsi, trovarsi, incontrarsi, amarsi.Nuove formule e nuove parole, che dicano l’amore come ancora non è stato detto, senza incastri conquiste gabbie recinti, perché l’amore può solo respirare nella bene-volenza e nella libertà.(Al tema sono dedicate le quattro pagine dell’inserto “Zero20” su la Guida in edicola da giovedì 17 marzo).





